di Stefano Lorenzetto
L'Arena, 21 gennaio 2020
Giuseppe Ongaro sta per aprire nella casa circondariale di Verona persino una cantina. Segregato nel castello d'If, sullo scoglio di fronte a Marsiglia, l'abate Faria riuscì a fabbricarsi scalpello, coltello e leva per scavare i 50 piedi di galleria che, anziché verso la libertà, lo condussero per sbaglio nella cella 34 dov'era rinchiuso Edmond Dantès, e così nacque Il Conte di Montecristo.
Ma quello che Giuseppe Ongaro è riuscito a fare dentro il carcere di Verona avrebbe superato di gran lunga la fervida immaginazione di Alexandre Dumas: rastrelliere per biciclette, scale metalliche, parapetti, inferriate, cancelli, gazebo, box per cavalli, parti meccaniche, schede elettriche, filtri per i forni delle autocarrozzerie, magliette serigrafate, gadget pubblicitari, articoli promozionali per aziende ed eventi, mattonelle a mosaico con tesserine in pietra o in vetro, bat box (le casette-rifugio per i pipistrelli che danno la caccia alle zanzare). E ora si accinge addirittura a imbottigliare ed etichettare vino.
Ongaro, 63 anni, nato nel rione di San Zeno, sposato due volte, due figli dal primo matrimonio, non è un detenuto, bensì un ex tagliatore di teste che ha passato buona parte della sua vita a licenziare e che dal 2005 ha deciso di assumere. Non dipendenti qualsiasi, però: solo carcerati. Lo fa con Lavoro & futuro srl, sede al numero 30 di lungadige Galtarossa, fondata insieme a Edgardo Somma, da cui sono nate Labor in jail srl e Segni onlus, cooperativa per il lavoro esterno, realtà nelle quali ai primi soci dipendenti oggi sono subentrati i figli, perché il futuro delle famiglie è ciò che più sta a cuore a Ongaro.
Per capire la professione che svolgeva nella sua vita precedente, tocca per forza riferirsi alla figura di Ryan Bingham, il professionista interpretato da George Clooney nel film "Tra le nuvole", che vola da un capo all'altro degli Stati Uniti per mandare a casa il personale di aziende travolte dalla crisi. Anche Ongaro per 15 anni ha disboscato piante organiche e per farlo usava il machete. "Il ricordo peggiore riguarda un'industria elettronica del Friuli: 480 licenziati in un colpo solo. Perciò non mi descriva come un santo, non lo sono mai stato". In realtà, a riprova di come spesso gli uomini siano migliori di quanto appaiono a prima vista, subito dopo collaborò con i sindacati per 18 mesi al fine di ricollocare negli altri stabilimenti della regione il personale in esubero.
Non era nato come tagliatore di teste, Ongaro. Fin dall'adolescenza ha dovuto provare sulla propria pelle quanto sia difficile procurarsi un lavoro. Suo padre Luciano, grande invalido di guerra reduce dai lager nazisti, morì a soli 56 anni. "A 12 io già ero nei campi a tirar giù mele, pere e uva", racconta. "A 16 scaricavo all'alba i sacchi di farina nei panifici e poi correvo al liceo scientifico". Dopo essersi diplomato all'Isef e laureato in Statistica all'Università di Padova, è stato responsabile vendite della Digitronica. "Chiuso con l'informatica, sono diventato consulente".
Come mai ha deciso di assumere proprio i carcerati?
Una volta rinchiusi, a loro nessuno pensa più, la galera diventa una pattumiera. Dal punto di vista egoistico la scommessa era molto interessante.
È stato difficile entrare?
Quattordici mesi di scartoffie. Siamo controllati da tre ministeri e quattro sindacati.
Quanti dipendenti ha nella casa circondariale di Montorio?
In 15 anni ne abbiamo assunti 984. Due mesi fa erano 114. Ora sono scesi a 94 a seguito delle nuove norme. Prima potevamo far lavorare anche i detenuti in attesa di giudizio, oggi solo i condannati in via definitiva. Inoltre uscire di prigione è diventato più facile.
Avevo questo sospetto, considerata l'escalation di furti.
Prima le celle di Montorio erano sovraffollate. Oggi no: 540 reclusi contro i 950 di 10 anni fa. Nel Veneto quelli che stanno dentro sono circa 2.400, mentre 3.600 scontano pene alternative all'esterno, in affidamento o ai domiciliari.
In che cosa vi siete specializzati?
Siamo i secondi produttori al mondo di interruttori elettrici e i secondi in Europa di profumatori per la casa, deodoranti per auto, antitarme. Sono nostre le rastrelliere portabiciclette che vede in molti centri storici, da Verona a Catania, nate da un'idea di Tommaso Lentini, progettista di Colognola ai Colli che le ha brevettate. Il municipio di Bologna ce ne ha appena ordinate 300. Ho trasformato la galera in un'azienda. Il nostro gioiello è l'officina meccanica, che occupa 4.000 metri quadrati e ha comportato una spesa di 1,6 milioni di euro, interamente a nostro carico. La dirige Alberto Boggian, figlio di un carpentiere che ne possedeva una, storica, in Basso Acquar. È persino autorizzato a restaurare opere d'arte ferrose. Considerate tutte le tipologie di prodotti, ogni anno escono dal carcere 54 milioni di pezzi. Abbiamo costruito attorno al colonnato una cella frigorifera che ci consente di confezionare, per conto di un'azienda francese con sede a Vallese, cipolle, scalogno, patate e aglio destinati ai supermercati. A breve avvieremo la produzione biologica e la riparazione delle idropulitrici. Ma il progetto di cui andiamo più orgogliosi è Vinoincella.
Ricorda il Valpolicella.
È partito nel 2018 in collaborazione con l'azienda agricola La Pedrotta di Montorio. Mariagrazia Bregoli, la direttrice della casa circondariale, con molto coraggio ha autorizzato 12 detenuti a lavorare all'esterno, fidando nel fatto che la sera sarebbero rientrati in cella. Quest'anno sono andati a vendemmiare un terreno di 24 ettari. Dal 2021 avremo una cantina dentro il carcere e potremo imbottigliare il vino ed etichettarlo.
Come ha fatto a trasformare i reclusi in agricoltori?
Grazie alla sensibilità della Coldiretti, della Cantina sociale della Valpantena e a un vigneto didattico di 4.000 metri quadrati, creato all'interno della prigione in collaborazione con la sezione biotecnologie di San Floriano dell'Università di Verona. Stiamo trattando con la Compagnia delle opere, legata a Comunione e liberazione, per far sì che gli hotel regalino una bottiglia di Vinoincella a tutti i loro clienti.
I prodotti che escono dal carcere non scontano un pregiudizio di fondo, ideologico o igienico?
Ideologico non so. Igienico no, perché siamo in regola con le normative Iso e Haccp. Sono le stesse aziende a farci le certificazioni in quanto terzisti.
Come la chiamano i detenuti?
Giuseppe. Beppì i meridionali. Boss i cinesi. Capo gli africani e i rumeni.
È amico di alcuni di loro?
No, perché sarebbe un modo per far torto a qualcuno e gratificare qualcun altro.
Impiega anche ergastolani?
Tre o quattro, condannati per omicidio.
Ma si fida a lasciargli in mano utensili pericolosi?
Teniamo gli elenchi degli attrezzi. Alla sera li restituiscono e finiscono sotto chiave. Parliamoci chiaro: il personale del carcere dovrebbe vederci più come una spina nel fianco che come una risorsa, soprattutto per la sicurezza. E invece mi stupisce il fantastico rapporto umano creatosi fra guardie e reclusi. Merito della direttrice Bregoli, della comandante della polizia penitenziaria, Lara Boco, della sua vice, Gabriella Caputo, e di tutti gli agenti.
Non temete una rivolta?
No. Gli psichiatri hanno notato che chi lavora, soprattutto all'aperto, cambia in meglio.
Come vengono scelti i reclusi da assumere?
Decide una commissione formata dalla direttrice, dagli educatori, dalla polizia penitenziaria e da me.
Quanto guadagnano?
Dai 300 agli 800 euro netti al mese per 6 ore di lavoro. Però in base alla legge Smuraglia hanno diritto ai contributi previdenziali pieni, per cui ci sono lavoratori con molti figli a carico che magari percepiscono solo 400 euro ma altri 1.200 di assegni familiari.
Dove glieli versa?
Bonifichiamo l'importo complessivo delle retribuzioni alla direzione del carcere, che provvede a suddividerli sui libretti personali di ognuno.
E possono spenderli?
Certo, per l'acquisto di prodotti personali allo spaccio. Molti li fanno spedire a casa, e questo è un aspetto meraviglioso, perché vedo legami coniugali che riprendono, rifioriscono, si rinsaldano. Quando esci, se non trovi una famiglia ad aspettarti, è dura.
La trovano?
Al loro paese, ma non a Montorio. La liberazione è il momento peggiore. Un pomeriggio, all'improvviso, gli agenti di custodia ti dicono: "Te ne vai". Fuori dal carcere non c'è nessuno ad attenderti. D'inverno alle 17 fa già buio. Ti ritrovi da solo al freddo, sotto la pioggia, nella nebbia e non sai dove andare. Con l'associazione Recupero dignità umana, mi sono sentito in dovere di consegnare un kit a questa gente: pochi euro per mangiare, una scheda per telefonare dall'ultima cabina sopravvissuta vicino alla casa circondariale, gli indirizzi degli ostelli dove passare la notte, i biglietti per l'autobus. Ma può capitare di peggio.
Cioè?
In galera funziona, invisibile, la banca della delinquenza. Chi non ha i soldi per comprarsi la schiuma da barba o altri generi di prima necessità deve chiederli in prestito, e così nel corso degli anni accumula debiti mostruosi. All'uscita trova un esattore che gli dice: "Paga". E come può riuscirci un ex galeotto privo di soldi? Gli tocca ricominciare con l'unico mestiere che conosce: il malvivente. Dando lavoro in carcere, io rovino gli affari della malavita. Sa quante volte mi sono trovato l'auto con la carrozzeria rigata o le gomme bucate al momento di rincasare la sera?
I suoi lavoratori hanno diritto alle ferie?
Devo dargli il corrispettivo in busta paga, ovviamente. Se hanno bisogno di un giorno di riposo, non hanno che da dirmelo. Se rifiutano di presentarsi al lavoro, perdono il posto.
Ne ha mai licenziati?
Una ventina in 15 anni, o perché erano svogliati o perché rubacchiavano durante la produzione. Una saponetta o uno shampoo hanno su di loro lo stesso effetto delle caramelle sui bambini.
Quando sente dire: "Bisognerebbe rinchiuderli e buttare via la chiave", come reagisce?
In alcuni casi sono d'accordo. Un po' di semente, una vanga e lasciarli su un'isola deserta. Non sono per la redenzione a tutti i costi.
Quante ore passa dietro le sbarre?
Nove. Devo aver commesso qualcosa di grave.
Anche il sabato e la domenica?
Il sabato se c'è bisogno: nel 2019 è accaduto otto volte. La domenica se è in programma qualche manifestazione.
Ricorda il suo primo contatto con la prigione?
Avevo 16 anni. Nel mio quartiere gli ex galeotti non mancavano. Uno di loro mi disse che un suo compagno di cella era un fenomeno a pitturare con l'aerografo. Così un pomeriggio d'estate mi presentai al cancello del Campone, la tetra caserma fatta costruire nel 1847 dal feldmaresciallo Radetzky e poi adibita a casa di pena. Mostrai al piantone la mia bicicletta e gli chiesi se fosse possibile farla dipingere di azzurro metallizzato dal recluso. Anziché mandarmi al diavolo, andò a chiamare l'ispettore, che fu comprensivo: "Lasciala qui". Tornai a riprendermela dopo 20 giorni. Stupenda, di un colore mai visto prima. Pagai 1.500 lire.
Se un giorno dovesse finire in galera con un ordine di arresto, per lei cambierebbe poco.
(Risata). Un grande vantaggio per i miei soci: sarei già pronto per il lavoro alle 7 di mattina.
Perché non va in pensione?
Non ho l'età, come Gigliola Cinquetti. Per fortuna. I nostri genitori li hanno tirati su bene, quelli della mia generazione. Non smetteremo mai. Sarebbe un dramma.
Chi è il suo dipendente migliore?
Laurentin, un rumeno. Un asso nelle saldature.
Perché è dentro?
Non lo so, non gliel'ho mai chiesto. A me i delitti non interessano. Bado solo alle persone.
Quando uscirà?
Fra due o tre anni. Sto cercando di trovargli un posto all'esterno. Come lei avrà capito, il mio unico scopo, in carcere, è di restare presto senza lavoro.










