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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 12 febbraio 2023

Alcol o droga. Chi ha causato incidenti, chi è stato fermato ai controlli: i partecipanti ai corsi che li mettono a confronto con le vittime di incidenti. Il primo, di quest’anno, sarà a marzo. Il secondo a maggio, il terzo a ottobre. La sintesi di quello che saranno è nelle parole del comandante della polizia stradale di Verona, Girolamo Lacquaniti. “Nell’ambito dei reati stradali la giustizia riparativa rappresenta una chiave di volta. L’omicidio stradale ha oggi una sua norma precisa e adeguata a dare giustizia ai familiari delle vittime. Ma lo scopo che noi tutti abbiamo è di far sì che quegli incidenti non avvengono”.

Per farlo a Verona da tre anni c’è un progetto che quasi nessuno conosce. Il nome è scolpito nel burocratese, “messa alla prova e reati in ambito stradale”, ma raccoglie spaccati di vita e di “presa di coscienza”. Una serie di corsi, in media tre all’anno, suddivisi in incontri e in tre gruppi, ciascuno formato da 8-9 persone. Quelle persone “messe alla prova” dopo aver causato incidenti stradali, con pene comunque inferiori ai 4 anni, o essere state fermate alla guida sotto l’effetto di alcol o sostanze stupefacenti. Un progetto dell’Udepe, l’ufficio distrettuale del ministero di Giustizia per l’esecuzione penale esterna, che ha competenza su Verona e Vicenza, in collaborazione con l’associazione La Fraternità e finanziato, nell’ambito del progetto Esodo, da Fondazione Cariverona.

Corsi a cui nell’arco di questi tre anni ha partecipato una novantina di persone e che, tra i pochi in Italia, mette a confronto i “colpevoli” con le vittime. Progetto nato dall’idea di una funzionaria dell’Udepe, Silvana Frangiamore, che ha coinvolto anche la polizia stradale e Avisl onlus, l’associazione vittime incidenti stradali e infortuni sul lavoro.

“In tutta Italia e anche a Verona - racconta Frangiamore che con la psicologa de La Fraternità Paola Feroni conduce gli incontri - la maggior parte di richieste di messa alla prova riguarda reati in ambito stradale e soprattutto per guida in stato di ebbrezza. Quando ho elaborato il progetto l’ho fatto nell’ottica della “giustizia riparativa”, mettendo insieme tutte le parti che riguardano gli ambiti dei reati stradali.

L’idea di coinvolgere sia le forze ordine che le vittime mi è venuta perché facendo questo lavoro da 22 anni ho capito che la sofferenza, in questo tipo di reato, è da tutte le parti. Riuscire a vedere quello che accade anche agli altri e capire il perché del comportamento che ha spinto a commettere quel reato per non ripeterlo, è lo scopo del corso”. E quell’incontro con le vittime rimane uno dei fulcri del progetto.

“Quando me lo hanno proposto ho chiesto se fossero matti”, le parole di Patrizia Pisi, referente veronese dell’Avisl che con il marito Stefano Benato partecipa agli incontri. Loro figlio Alberto è stato investito e ammazzato a 17 anni da un automobilista ubriaco a cui era già stata ritirata la patente tre volte. “Poi ho riflettuto e abbiamo accettato. Io ero chiusa nel mio dolore. Vai alle manifestazioni, segui gli altri familiari, ma stai nel tuo spazio. Questa cosa mi ha fatto entrare di nuovo nel mondo”.

Spiega suo marito Stefano che “per noi è un crescere e un rimettersi in discussione, perché andiamo a confrontarci con chi potenzialmente avrebbe potuto essere la causa del nostro dolore. Vedere i risultati positivi di questo confronto, provare a farli entrare nelle nostre scarpe, a farli comprendere che a loro bastava un niente e magari avrebbero avuto un bagaglio di rimorsi fortemente traumatico, ha come chiuso il cerchio”. Stefano, che ai corsi ripete sempre la stessa frase: “Voi siete stati fortunati perché vi siete fermati al limite”. “E - dice - loro questa cosa la colgono”.

Un “canale” continuo di scambio. “Nel mio caso spiega Lacquaniti - è probabilmente più quello che ho ricevuto di quello che ho dato. Il mio intervento mira non tanto alla conoscenza delle regole, perché le regole le conosciamo tutti, ma al raggiungimento di uno scopo diverso, che è quello della consapevolezza dell’utilità di quelle regole. Quando pensiamo a qualcuno che ha causato un incidente dopo aver bevuto o usato droghe, immaginiamo un delinquente. Invece questo è un tipo di reato commesso da gente assolutamente normale.

Il “mostro” può essere chiunque di noi”. È convinto Lacquaniti che “l’unico modo per far diminuire gli omicidi stradali sia quello di far prendere consapevolezza sui rischi di quelle condotte che portano a un evento non voluto. In questi corsi trovi uno spaccato dove ti rendi conto che se tu non stai attento puoi essere dall’altra parte. La mia semplicistica ed empiristica deduzione è che l’esperienza ti regala una consapevolezza diversa. Il problema è dare questa consapevolezza senza l’esperienza negativa”.

Cosa che, in parte, questo progetto sta riuscendo a fare. Perché molti di coloro che lo frequentano diventano poi “ambasciatori” di sicurezza stradale. “Qualcuno - racconta Paola Feroni - al primo incontro è quasi aggressivo, magari con le forze dell’ordine, accusandole di mettersi fuori dai locali per fare gli agguati e togliere le patenti. Arrivati all’ultimo incontro sono i primi dire che la prevenzione è importante e che di controlli se ne dovrebbero fare di più”. Giustappunto lo scopo della “giustizia riparativa”.