di Laura Tedesco
Corriere Veneto, 13 dicembre 2023
La cugina e il fratello: troppi dubbi sulla morte di Oussama, era pieno di progetti. “Una settimana prima della tragedia mio fratello era felice, talmente felice di tornare libero che ormai stava contando i giorni all’imminente scarcerazione. Era così pieno di progetti”. Hatim Sadek è fratello di Oussama, il trentenne detenuto marocchino che nel venerdì dell’Immacolata si è tolto la vita in cella d’isolamento nel carcere di Verona.
La vittima era appena stata visitata da uno psichiatra: con la sua morte, la tragica conta dei suicidi all’interno dalla casa circondariale di Montorio ha raggiunto quota 3 in soli 28 giorni. Un bilancio che definire drammatico è riduttivo. “Nessuno si ucciderebbe dopo aver già scontato tre anni di detenzione e sapendo che tra soli novanta giorni sarebbe tornato in libertà, men che meno mio fratello”, scuote la testa Hatim in videochiamata dal Marocco.
“Era impaziente di rifarsi una vita” - “Oussama mi ha telefonato per l’ultima volta il 30 novembre, una settimana prima della tragedia. Era il mio compleanno, mi ha fatto gli auguri e promesso un regalo una volta tornato libero. Era così entusiasta - lo descrive Hatim -, in carcere stava lavorando e diceva di non vedere l’ora di uscire per rifarsi una vita, trovare un impiego onesto e rendere finalmente felice nostra madre dopo il dolore e la sofferenza che le aveva provocato con l’arresto”.
Troppe cose, nell’improvvisa morte di Oussama, non convincono la famiglia. Neppure la cugina Nezha, che da anni vive e lavora a Cuneo, si rassegna all’idea del gesto volontario: “Nulla di quello che è successo negli ultimi giorni di vita di mio cugino mi sembra chiaro. Tra tre mesi lo avrebbero scarcerato e lui era impaziente di rifarsi una vita, io ero pronta a dargli una mano e accoglierlo in casa, non aveva alcuna ragione per ammazzarsi.
Per questo - è l’appello lanciato da Nezha agli inquirenti - chiediamo chiarezza e verità, non vogliamo che la sua morte venga subito archiviata e passata sotto silenzio, troppe cose non tornano. Ci dicono che avesse problemi psichiatrici, ma allora perché non gli è stata data assistenza specifica? Se venerdì 8 dicembre, giorno del dramma, ha avuto una crisi e gridava di volersi ammazzare, perché è stato messo in cella d’isolamento anziché sorvegliarlo in modo che non mettesse in atto gesti autolesionistici?”.
Una storia di emigrazione - In queste ore, la disperazione per la scomparsa di Oussama è tutta nell’inarrestabile pianto della madre in Marocco: “Lo aspettava a casa una volta scarcerato, rivederlo era il suo sogno. Erano oltre sette anni, da quando lui era partito per cercare fortuna in Italia, che nostra mamma lo sentiva solo al telefono - si commuove il fratello Hatim -. Era convinta che presto lo avrebbe finalmente potuto riabbracciare, è stato tremendo dirle che ora tornerà da noi in Marocco ma dentro una bara. Nostra madre è sconvolta, l’ombra di se stessa”. La storia di Oussama, purtroppo, rispecchia quella di tanti immigrati: arrivano in Italia anelando soldi facili, finiscono in tunnel sbagliati. Lo spaccio, l’arresto: è capitato così anche a Oussama Sadek. Il senso di vergogna, il non voler deludere la famiglia che riponeva in lui tante speranze: tutti i sogni, improvvisamente, erano stati rinchiusi insieme a lui in una cella del carcere di Montorio. Un peso a cui in un primo tempo Oussama aveva faticato a reagire: tre anni fa, all’inizio della sua detenzione, pare avesse già tentato di attuare gesti autolesionistici.
“Oussama esige giustizia” - “Poi però si era ripreso, sembrava aver trovato una sua stabilità, anche perché sapeva che non sarebbe rimasto per lungo tempo in carcere e che aveva tutto il tempo per ricominciare. A noi - ribadiscono il fratello e la cugina - troppe cose non convincono. Se realmente aveva problemi e manifestava del disagio, perché lo hanno abbandonato in quel modo in isolamento? Gli è forse stato detto o fatto qualcosa di brutto? Non aveva ragione di perdere la testa così, non aveva motivo di uccidersi, vogliamo un perché, desideriamo la verità, cerchiamo delle risposte. Una morte in carcere non ha meno valore delle altre, Oussama merita ed esige giustizia”. Per il rimpatrio della salma in Marocco serviranno tempo e soldi: il direttivo dell’associazione Sbarre di Zucchero si è subito mobilitato: “Non lasceremo sola la famiglia”.










