di Beatrice Branca
Corriere di Verona, 27 ottobre 2024
In 3mila si sono presentati ieri al corteo dedicato al 26enne Moussa Diarra per chiedere verità e giustizia sulla sua morte, ucciso in stazione la scorsa domenica. Ci sono stati alcuni momenti di tensione contro la polizia davanti al tribunale. “Moussa non era un criminale. Vogliamo sapere perché è stato ammazzato. Vogliamo giustizia”. Queste parole sono state più volte ripetute durante il corteo partito ieri da piazza Bra e chiusosi alla stazione di Porta Nuova, dove la scorsa domenica il 26enne maliano Moussa Diarra è stato ucciso con un colpo di pistola da un agente della Polfer contro cui il giovane si sarebbe scagliato brandendo un coltello. Al corteo, organizzato per ricordare Moussa e chiedere verità sulla sua morte, hanno partecipato in 3mila tra cui il fratello Djembang, che ha però preferito rimanere in silenzio.
Al suo posto hanno parlato alcuni rappresentanti della comunità maliana provenienti da Padova, Brescia e da altre città italiane che, assieme a lui, sono saliti sul furgoncino che ha guidato la manifestazione, incitando la folla a urlare “giustizia per Moussa” e anche “basta uccidere, basta razzismo”. Al corteo era presente pure il presidente dell’Alto Consiglio dei Maliani in Italia Mahamoud Idrissa Boune, gruppi di altre comunità africane, il Laboratorio Autogestito Paratod@s e altre 29 associazioni, alcuni rappresentanti dell’amministrazione comunale, tra cui l’assessore Jacopo Buffolo, finito al centro delle polemiche per aver rilanciato un post in cui stava scritto, a proposito della tragedia, che “a un bisogno di aiuto si è risposto con un colpi di pistola. “Moussa è stato ammazzato da un proiettile che non doveva mai essere sparato - sostiene Haby Dembele, presidente dell’associazione padovana Amavi -. C’era un altro modo per fermarlo. Noi siamo qui per lui e vogliamo giustizia”.
Il corteo ha attraversato via Ponte Cittadella, via Carlo Montanari, via Santissima Trinità per poi fermarsi davanti al tribunale in via dello Zappatore ed è lì che ci sono stati dei momenti di tensione. Alla vista degli agenti della polizia posizionati all’ingresso del tribunale, alcuni manifestanti hanno iniziato a urlare “vergogna, assassini”. Alcuni poi si sono avvicinati alle forze dell’ordine per chiedere di appendere nel cortile uno striscione e altri cartelli dedicati a Moussa. Una richiesta negata dagli agenti che hanno invece invitato i partecipanti ad appendere lo striscione all’esterno.
Il rifiuto ha portato alcuni manifestanti ad agitarsi e a provare a scagliarsi contro la polizia. Qualcuno ha preso in mano anche sassi, sampietrini e bottiglie di plastica per lanciarli. L’azione è stata fermata dagli organizzatori e da altri partecipanti che si sono presi per mano creando una sorta di muro contro i soggetti più alterati, invitandoli a seguire il corteo in modo pacifico. “Siamo qui per manifestare senza violenza - ha ribadito Dembele con il megafono cercando di ripristinare l’ordine o la nostra richiesta di giustizia rimarrà inascoltata”.
Il corteo ha poi proseguito fino alla questura dove si è fermato, dove i partecipanti si sono messi in ginocchio, dedicando un minuto di silenzio a Moussa. “Voi ci chiedete perché veniamo qui in Italia - ha urlato poi al megafono Mahomad della comunità maliana -. Per salvare le nostre vite e quelle dei nostri figli. Ora rialziamoci e alziamo la mano sinistra chiusa a pugno per Moussa”. Un segno che è diventato il simbolo dei movimenti “Black Lives Matter” e che è stato riproposto con alcuni cartelli anche in questo corteo. “Moussa non è solo morto con un colpo di pistola - ha ribadito uno dei rappresentanti della comunità maliana - è morto perché c’è un problema di razzismo in questo Paese.
Moussa è morto perché non aveva una casa, perché ha faticato a ottenere dalla questura i documenti di cui aveva bisogno dopo che era in Italia già da otto anni”.
La manifestazione si è conclusa in piazzale XXV Aprile, dove in un angolo transennato sono state raccolte alcune sue foto, fiori con messaggi in cui si legge che Moussa era una persona buona e ceri accesi per ricordarlo. Un’area attorno a cui si sono stretti alcuni manifestanti scattando foto e video. “Djembang, il fratello di Moussa è molto provato ma è stato contento di tutta la solidarietà che ha ricevuto da migliaia di persone - fa sapere Giorgio Brasola del Paratod@s. Ma non aveva la forza di parlare anche lui”.
Nel frattempo il momento di agitazione davanti al tribunale e le urla contro la polizia non sono passate inosservate alla Lega. “Le donne e gli uomini in divisa meritano rispetto e solidarietà contro fango, insulti e calunnie”, dice il vicesegretario della Lega Andrea Crippa. Solidarietà anche da Verona Domani ai poliziotti che “anche oggi nella nostra città hanno subìto l’ennesimo tentativo di aggressione da parte di violenti, sostenuti da una parte di estrema sinistra, presente, nei fatti, anche nell’attuale amministrazione Tommasi”.











