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di Laura Tedesco

Corriere di Verona, 2 giugno 2024

Una famiglia che ben presto si riunirà, nonostante le sbarre. Lui è detenuto in Veneto, i suoi cari e soprattutto i suoi bimbi piccoli si trovano dall’altra parte dell’Italia, in Calabria: il magistrato di sorveglianza di Verona ha appena accordato il nullaosta al suo trasferimento nel carcere di Catanzaro, in modo da riavvicinarlo ai propri cari. Una sorta di ricongiungimento familiare seppure sui generis, con il detenuto che continuerà regolarmente a scontare la pena dietro le sbarre, ma all’interno di un penitenziario più facilmente raggiungibile per i familiari e i parenti, soprattutto per i figlioletti in tenera età.

Un provvedimento-apripista e con ben pochi precedenti, forse addirittura nessuno. Una decisione di giustizia e di umanità, quella assunta dal magistrato di sorveglianza di Verona che ha accolto l’istanza presentata dal difensore di un detenuto di 43 anni che aveva chiesto di potere scontare la pena a cui è stato condannato in un carcere della sua regione in modo da potere essere vicino alla famiglia. In questo momento si trova in cella a Vicenza, dove sta scontando una condanna definitiva per traffico di sostanze stupefacenti a Verona, ed è anche imputato in un altro processo a Milano, sempre per traffico di droga.

Il suo difensore, avvocata Adele Manno del Foro di Catanzaro, si era rivolta al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (il Dap) chiedendo che il suo assistito venisse trasferito in Calabria in considerazione del fatto che “la detenzione in Veneto gli impediva di coltivare le sue relazioni familiari, con grave pregiudizio per i figli minori, privati di fatto del rapporto con il padre”. Sulla questione era intervenuto anche il Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, che aveva sollecitato il Dap ad applicare la normativa prevista in questi casi. L’avvocato Manno, nel reclamo presentato al magistrato di sorveglianza di Verona, aveva sottolineato “la lesione del diritto soggettivo del detenuto ad effettuare regolari colloqui con la propria famiglia, con grave pregiudizio per i figli ancora in tenera età, ai quali di fatto veniva precluso di coltivare il rapporto con il padre, e ciò in palese contrasto con le norme dell’ordinamento penitenziario ed i protocolli stipulati tra il Ministero della Giustizia e l’Autorità nazionale Garante dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, oltre che in violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che, all’articolo 8, riconosce e protegge il diritto al rispetto della vita privata e familiare”.

Ora, la buona notizia: il Tribunale di sorveglianza di Verona ha accolto l’istanza del difensore del 43enne, riconoscendo “il diritto soggettivo del detenuto ad essere collocato in un carcere vicino la residenza della famiglia”. Soddisfatto l’avvocato Manno, secondo cui “in presenza di diritti umani non possiamo recedere di un millimetro ed abbiamo il dovere di coltivare ogni questione giuridica che porti al loro rispetto. L’auspicio adesso è che il Dap provveda immediatamente a dare attuazione all’ordinanza del magistrato di sorveglianza scaligero”.