di Domenico Cacopardo
Italia Oggi, 1 agosto 2019
La riforma della giustizia del ministro Bonafede prevede il termine di 9 anni per concludere un processo. Puniti i magistrati che fanno il loro dovere e premiati gli altri. Ci saranno gli imputati di professione che dovranno dedicare ogni energia e risorsa per difendersi per anni. La riforma della giustizia del ministro Bonafede prevede, infatti, il termine di nove anni per concludere un processo. Non solo. Saranno puniti i magistrati che fanno il loro dovere e premiati gli altri.
La proposta del Guardasigilli è scandalosa perché fa trionfare le inefficienze di un sistema giudiziario che non ha ancora accettato di diventare, come è nel mondo, un servizio per la collettività. Il servizio giustizia che i cittadini italiani hanno il diritto di pretendere ancora di più di quanto non pretendano il servizio sanitario.
Quale fine farà la riforma della giustizia del ministro Alfonso Bonafede è questione da affidare agli aruspici di regime e, quindi, meno importante di ciò che essa contiene e non contiene, denunciando un'impostazione autoritaria, coerente da un lato con i "vaffa" di Beppe Grillo e, dall'altro, con la teoria, autorevolmente prospettata, che in Italia non esistono innocenti, solo colpevoli che non sono stati scoperti. Un'impostazione, quest'ultima, che ha improntato un'effimera stagione giustizialista i cui effetti dannosi si sono riscontrati nei decenni successivi, in quella che è stata definita seconda Repubblica, la cui conclusione, da varie parti affermata, non sembra in realtà avvenuta.
L'aspetto più eclatante e paradossale della proposta Bonafede è costituito dall'accelerazione dei processi, con l'imposizione di limiti di 4 anni per il primo grado, tre per l'appello, due per la Cassazione: 9 anni. L'intervento della ministra Giulia Bongiorno, avvocata di grido con un importante palmares giudiziario alle spalle (e di fronte, naturalmente), ha indotto il proponente a ridimensionare i cosiddetti limiti a 3 anni per il primo grado, 2 per l'appello, 1 per la Cassazione: 6 anni. Confesso che in un primo momento mi è venuto da ridere.
Mi tornavano in mente i tempi della giustizia civile o penale dei paesi dell'Unione europea di cui facciamo parte ed emergeva, quindi, il paradosso di una nazione, l'Italia, che codifica tempi biblici per la sua giustizia. Insomma, termini ben più lunghi che altrove. È come se le università, di fronte al fenomeno dei fuori corso, decidessero di abolire o contenere il problema, dilatando i tempi dei corsi di laurea. Adattandoli cioè al passo degli studenti svogliati e un po' somari che parcheggiano una parte della loro vita negli atenei nazionali.
Mi sono poi reso conto che (e nessuno lo vuol dire) la proposta di Bonafede è scandalosa, volta a far trionfare e a stabilizzare le inefficienze di un sistema giudiziario che non ha ancora accettato dì diventare, come è nel mondo, un servizio per la collettività. Il "servizio giustizia" che i cittadini italiani hanno il diritto di pretendere ancora di più di quanto non pretendano il "servizio sanitario" (da notare che come il sistema sanitario è meno efficiente nel centro, nel Sud e nelle isole, allo stesso modo degli uffici giudiziari che funzionano peggio al centro, al Sud e nelle isole).
Una giustizia che, sostanzialmente, manca, giacché è ritardata, in modo incoerente con i tempi sociali ed economici delle società contemporanee. Gli utenti che ottengono una sentenza definitiva nei tempi lunghi che ci sono usuali, in realtà non ottengono il ristoro dei torti subiti o dei diritti negati: l'attesa ha consumato l'interesse di chi si è rivolto al giudice. Per converso, in zone ad alta intensità criminale, la lentezza favorisce, indirettamente, lo sviluppo delle varie mafie che riescono a fornire soluzioni alternative, loro proprie, alla giustizia di Stato. È facile rivolgersi al "Pezzo da 90", ottenerne la benevolenza e una decisione favorevole, che, poi, diventerà cogente per tutti.
Così, l'ex dj Bonafede regala un premio agli inefficienti e si astiene dal riconoscere il merito di quei tribunali che, nelle attuali situazioni, riescono a svolgere la propria attività in tempi accettabili. Ovviamente, la questione delle questioni (e anche qui siamo ben lontani dalle amministrazioni giudiziarie degli altri paesi dell'Unione), cioè la separazione delle carriere tra giudici giudicanti e giudici inquirenti, non viene affrontata.
Nel non detto del giustizialismo grillino, vale sempre e comunque l'accusa (ma valeva anche per l'ex ministra della giustizia, avvocata Paola Severino), dalla quale si fanno discendere immediate conseguenze politiche. Anche se sono numerosi i casi di non-colpevolezza stabilita anni e decenni dopo le prime condanne. Il caso di Calogero Mannino (riconosciuto non colpevole dopo 35 anni di peripezie giudiziarie) è solo uno dei tanti.
E su di esso, in effetti, si appuntano le critiche di parti importanti della magistratura requirente che, in definitiva, non riescono ad accettare un giudizio difforme dalle loro impostazioni. Peraltro, la riforma della giustizia sembra, a detta di varie fonti ai 5 Stelle, anche autorevoli, l'occasione per esercitare una sorta di ricatto politico nei confronti della Lega: se non passasse ci sarebbero conseguenze sul voto (Senato) per il decreto sicurezza bis.
Nella vita questi scambi si chiamano ricatti. Se, nel caso nostro, uno scambio del genere fosse confermato, avremmo proprio raggiunto il fondo. Bastano queste considerazioni per indurci a considerare la riforma Bonafede un'ennesima prova d'incapacità politica, di condizionamenti inaccettabili e di un metodo estraneo alla storia dell'Italia repubblicana. Se avrà un seguito, ne riparleremo.










