di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 1 novembre 2025
Dopo il via libera del Senato al ddl costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura, uno spettro si aggira nelle stanze della politica. Il suo nome è “referendum confermativo” ed è lo strumento predisposto dall’articolo 138 della Carta per mettere gli elettori in grado di confermare o respingere una legge di revisione costituzionale approvata dalle Camere senza la maggioranza qualificata dei due terzi. Nel caso di specie, si tratta di una riforma cavallo di battaglia del centrodestra dai tempi del federatore Silvio Berlusconi, portata quasi a dama dall’attuale coalizione di Governo.
Tralasciando il tema della sua opportunità e utilità, ben sviscerato da Avvenire, è bene riflettere sul malsano abbrivio del dibattito che - in un appuntamento divisivo per definizione perché basato sull’aut aut - rischia di tramutare il voto di primavera in una partita in cui, alla fine, perdono tutti. Nella teoria dei giochi, una situazione “lose-lose” è quella da cui nessun giocatore trae un effettivo vantaggio, indipendentemente dal risultato.
Nella partita referendaria che partiti, toghe e cittadini si apprestano a giocare, i piani inclinati si intersecano. Su quello politico il giocatore a capotavola è la presidente del Consiglio. Sebbene il ministro Nordio e il presidente del Senato Ignazio La Russa ripetano che “il referendum deve considerarsi come un quesito sul piano tecnico” e non un “Meloni sì o Meloni no”, quel binario pare quasi inevitabile.
La giornalista francese Françoise Giroud (che fu sottosegretaria di Stato con Jacques Chirac) annotava come “in un referendum, il popolo non risponde mai alla domanda che viene posta, dà solo la sua adesione o il suo rifiuto a colui che la pone”. Giorgia Meloni è una politica troppo navigata per non esserne consapevole. E la sua convinzione sul fatto che il voto debba “essere una consultazione sulla giustizia” e che “non ci saranno in ogni caso conseguenze per il Governo”, potrebbe incrinarsi di fronte a un risultato sgradito.
Questo referendum non è protetto dal paracadute del quorum e al momento, nei sondaggi i potenziali sì e no si equivarrebbero. Certo, una “personalizzazione” meloniana della campagna potrebbe spostare l’asticella a favore del Governo. Ma se nelle Idi di marzo andasse male, lei potrebbe pagare un conto salato (Renzi docet). Sul fronte del No, a rischiare è invece un centrosinistra che deve trovare una voce propria, per non regalare al Governo l’argomento di un’opposizione alleata delle “toghe rosse”. E la stessa Anm, col suo Comitato per il No, rischia di vedersi cucita addosso l’etichetta di “magistratura politicizzata” che non sarebbe semplice scrollarsi dopo, comunque vada: più gli atteggiamenti delle toghe saranno barricadieri, da comizio, i commenti “politici” anziché “tecnici” e più quel rischio aleggerà su una categoria che sta restaurando faticosamente la credibilità incrinata dalla vicenda Palamara.
L’ultimo piano riguarda quei 46 milioni di aventi diritto al voto che sempre meno diventano elettori: vivranno per 5 mesi assordati dai proclami dei due schieramenti, in un clima venefico e fra toni da ordalia che non li aiuteranno a focalizzare le reali ragioni pro o contro la riforma. E tuttavia, se dovessero astenersi, finirebbero per essere i primi perdenti per aver rinunciato a esprimersi su un cambiamento epocale.
Da qui a marzo, dunque, occorreranno attenzione, toni pacati, argomentazioni chiare e rispetto per le ragioni altrui, da una parte e dall’altra. E fra i cittadini servirà desiderio di informarsi per decidere al meglio. In caso contrario, a prescindere da chi vinca, a perdere sarà la democrazia.











