di Salvo Andò
Il Riformista, 24 maggio 2026
Il Presidente della Repubblica ha convocato le elezioni del nuovo Csm. Un’occasione che mi porta a rievocare le origini del correntismo nella magistratura associata. Nella quale il mondo riformista ha svolto una sua parte della storia. Oggi, paradossalmente, è la stessa Anm a interrogarsi sul mostro che ha contribuito a creare. La chiamano “autoriforma”. Tradotto: limitare il potere delle correnti dopo anni di occupazione sistematica della magistratura associata. Per decenni il sindacato delle toghe non si è limitato a fare il sindacato. Ha governato. Ha preteso una sorta di diritto di veto preventivo sulle riforme della giustizia. Nessun ministro, nessun Parlamento, nessuna maggioranza poteva mettere mano al sistema senza la “bollinatura” della corporazione giudiziaria.
Nel frattempo, però, il correntismo smetteva di produrre cultura e iniziava a produrre potere. Più spartizione che idee. Più fedeltà che merito. Più traffico interno che dibattito sui diritti. Le nomine ai vertici degli uffici giudiziari diventavano estenuanti trattative tra gruppi organizzati. I “cani sciolti” venivano esclusi. I magistrati non allineati restavano ai margini. Giovanni Falcone ne fu il simbolo più clamoroso: osannato dal Paese, isolato nelle dinamiche correntizie. Eppure non è sempre stato così. Ci fu una stagione - quella delle grandi riforme del centrosinistra - in cui l’associazionismo giudiziario svolse una funzione diversa. Non corporativa, ma culturale. Non orientata alla conquista di spazi di potere, ma alla piena attuazione della Costituzione. Erano gli anni delle battaglie sui diritti civili, sull’ambiente, sul lavoro. Anni nei quali una parte della magistratura progressista contribuì ad accelerare il cammino delle riforme in un Paese ancora bloccato da resistenze conservatrici. Quella magistratura non chiedeva privilegi. Chiedeva diritti. Non rivendicava supplenze politiche. Sollecitava modernizzazione.
Poi qualcosa si è rotto. La cultura ha lasciato spazio alla corporazione. Le correnti hanno smesso di confrontarsi sulle politiche del diritto e hanno iniziato a contendersi incarichi, promozioni, equilibri interni. È lì che nasce la degenerazione. È lì che il correntismo si trasforma in correntocrazia. Adesso, forse, dentro la magistratura qualcuno se ne sta accorgendo. Tardi, ma se ne sta accorgendo. La vera sfida non è abolire le correnti. È restituire loro una funzione ideale. Ridare alla magistratura associata una cultura delle garanzie, del pluralismo, dei diritti. E soprattutto liberarla dalla tentazione di essere contemporaneamente sindacato, governo e contropotere. Perché quando una corporazione pretende di governare senza essere stata eletta, il rischio non è soltanto il declino della giustizia. È l’indebolimento stesso della democrazia.











