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di Teresa Olivieri

Italia Oggi, 28 aprile 2026

Gli 800 posti previsti concentrati in sette penitenziari: così il piano “Kairos” per rafforzare la sicurezza. L’avvocato Brucale: segregazione batte riabilitazione. Il Governo ha avviato il piano “Kairos”, una strategia di riorganizzazione complessiva del regime di 41-bis che mira a concentrare gli oltre 800 posti previsti per i detenuti in regime di carcere duro in sette “super penitenziari” altamente controllati distribuiti su tutto il territorio nazionale.

Tale piano vede coinvolte le strutture di Cagliari-Uta, Sassari-Bancali e Nuoro-Badu e Carros in Sardegna, affiancate da Milano-Opera, Spoleto, Sulmona e Parma, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza facendo leva su una norma del 2009 che prevede la “preferenza insulare” per la collocazione di tali soggetti, una decisione che ha tuttavia diviso il panorama politico e sollevato critiche da parte dei garanti dei diritti dei detenuti per l’impatto su un sistema già gravato da criticità strutturali.

In questo contesto, anche il carcere San Michele di Alessandria è stato parzialmente svuotato e riorganizzato per finalità analoghe, sollevando dubbi sulla gestione del patrimonio pubblico e sul futuro dei progetti di reinserimento, tra questi “Centro Agorà”, nato con l’ambizione di fungere da ponte tra la vita detentiva e quella esterna, rappresentava un investimento pubblico di 850.000 euro volto a sostenere percorsi di risocializzazione e formazione professionale, attività che avevano ottenuto riconoscimenti a livello nazionale, incluso quello di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica.

In merito il parere di Maria Brucale, avvocato penalista che ha assunto la difesa di persone imputate in reati associativi ed in gravissime fattispecie di reato, e in ambito processuale e nell’esecuzione. Appassionata dei diritti dei detenuti, dello studio dei diritti fondamentali, delle situazioni di vulnerabilità, persegue l’obiettivo di condizioni di carcerazione più umane e dignitose. Fa parte del direttivo di Nessuno Tocchi Caino; è responsabile della Commissione Carcere della Camera Penale di Roma.

Il piano Kairos è giuridicamente ammissibile? Il testo dice che il piano è “secretato in molte parti per motivi di sicurezza”. In un eventuale ricorso davanti al TAR o al Magistrato di Sorveglianza, come può il legale bilanciare il diritto alla trasparenza degli atti amministrativi con le esigenze di segretezza addotte dal Ministero?

È davvero difficile dire cosa è ammissibile. In materia di 41 bis i diritti fondamentali delle persone cedono al mantra “ordine e sicurezza” senza che nessuno se ne dolga. La trasparenza non opera e basta. La segretezza è sostanza del regime detentivo di rigore e non credo che un Tar o un giudice di sorveglianza abbiano strumenti di contrasto a tale metodo perché non solo è connesso al regime ma lo connota in modo essenziale e ne definisce gli scopi.

Come facciamo a parlare di rieducazione della pena se blindiamo i detenuti?

La tensione della pena alla rieducazione è un obbligo per lo Stato. La Costituzione dice che le pene, non solo il carcere, dunque, devono tendere alla rieducazione del condannato. Un obbligo senza sanzione pare. Non ci può essere riabilitazione senza relazione con gli altri, senza confronto costruttivo con realtà sane. Nessuno si salva da solo. La volontà malcelata dalle scelte governative degli ultimi anni di una reclusione concepita solo come eliminazione dal contesto sociale non si cura del precetto costituzionale e asseconda una pulsione solo vendicativa accantonando quella di ricostruzione e, purtroppo, raccoglie facile consenso.

Considerando che il San Michele era un modello di “reinserimento virtuoso” premiato persino dal Capo dello Stato, questa conversione non rischia di configurarsi come una lesione del diritto al trattamento dei detenuti trasferiti d’ufficio?

Proprio in un’ottica di segregazione si muove l’operazione di riorganizzazione dei circuiti 41 bis e poco sembra importare se i ristretti di media e alta sicurezza che vengono trasferiti altrove interrompono percorsi proficui di formazione e di lavoro volti al reinserimento e alla reintegrazione.