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di Salvo Palazzolo

La Repubblica, 19 luglio 2022

Il depistaggio ci fu, ha detto la sentenza del tribunale di Caltanissetta. Anche se è ormai prescritto. E per la prima volta sono stati ritenuti responsabili uomini dello Stato per il mancato accertamento della verità.

Caltanissetta - La grande incompiuta del nuovo tribunale, accanto al vecchio palazzo di giustizia, è diventata un monito per tutti quelli che passano. Qui, lo Stato si è fermato. Da dodici anni non riesce a completare un edificio che doveva essere il simbolo della verità e della giustizia nel distretto di corte d’appello chiamato a trovare i responsabili delle stragi del 1992.

Un monito sinistro, che però non ha mai scoraggiato magistrati, investigatori, avvocati di parte civile e familiari delle vittime che sono arrivati in questa trincea nel cuore della Sicilia. Nei dodici anni della grande incompiuta, al quarto piano del vecchio palazzo di giustizia, dove ha sede la procura della Repubblica, sono state invece scritte pagine che nessuno immaginava: le dichiarazioni del killer Gaspare Spatuzza hanno svelato la grande impostura del falso pentito Vincenzo Scarantino e hanno consentito di avviare l’indagine sul depistaggio messo in atto da alcuni poliziotti. Il depistaggio ci fu, ha detto la sentenza del tribunale di Caltanissetta. Anche se è ormai prescritto. E per la prima volta, trent’anni dopo le stragi, sono stati ritenuti responsabili uomini dello Stato per il mancato accertamento della verità.

Resta la domanda: perché i poliziotti guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera si resero protagonisti del “più colossale depistaggio della storia giudiziaria d’Italia”? Se non era per favorire la mafia, come dice il tribunale, per quale altra finalità? Solo per ottenere presto un risultato? “Tesi troppo riduttiva”, hanno osservato i legali di parte civile. Un falso pentito e una verità di comodo potevano trasformarsi presto in un boomerang per chi invece coltivava sogni di gloria antimafia. Dunque, cosa c’è davvero dietro il depistaggio? Se non fu architettato per favorire il boss Giuseppe Graviano e gli altri mafiosi che sventrarono via D’Amelio con un’autobomba, chi doveva proteggere e nascondere?

Sono stati trent’anni di misteri e di silenzi di Stato. La procura di Caltanissetta, oggi diretta da Salvatore De Luca, non ha mai smesso di indagare. I magistrati sono tornati a riesaminare decine di vecchi fascicoli in archivio, alla ricerca di piste e tracce. Un’attenzione particolare viene adesso data al dossier mafia e appalti, a cui Borsellino si era dedicato negli ultimi tempi: secondo la famiglia del giudice, potrebbe essere stata la ragione dell’accelerazione della strage.

Questa è una storia che continua a portare verso ambienti esterni alla mafia. Non sono dei mafiosi (già condannati) i volti ancora senza nome che compaiono nel lungo video che la procura fece realizzare anni fa dalla Scientifica, con tutti gli spezzoni Tv esistenti del 19 luglio. Chissà se fra quegli uomini c’è l’agente dei servizi segreti di cui ha parlato uno dei primi poliziotti arrivati in via D’Amelio, chissà se fra quegli uomini senza nome c’è il ladro dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Di un altro Mister X ha parlato il pentito Spatuzza: “Il giorno prima dell’attentato, nel garage di via Villasevaglios dove si caricava l’autobomba, c’era una persona che non conoscevo”. La verità la conosce Giuseppe Graviano, il capomafia di Brancaccio a cui Salvatore Riina affidò l’incarico di realizzare l’attentato. “All’inizio di luglio partì, andò fuori dalla Sicilia”, ha raccontato il suo autista oggi collaboratore di giustizia, Fabio Tranchina. Dove andò Giuseppe Graviano? E chi incontrò?

Da qualche tempo, sono tornati gli operai nella grande incompiuta di Caltanissetta. E lo Stato ha riaperto il cantiere dell’opera simbolo. Ma, intanto, fra i corridoi e le aule del vecchio palazzo in cui si cerca la verità sulle stragi, sembra di stare dentro un labirinto. I pm hanno appena svelato l’ennesima impostura, quella dell’ex pentito Maurizio Avola, che aveva annunciato addirittura con un libro di essere fra i killer di via D’Amelio, vestito da poliziotto. Forse, voleva allontanare tutti i sospetti sugli uomini senza volto? Sono tante le domande che continuano ad animare questo palazzo di giustizia dove negli ultimi anni è stata riscritta anche la storia dell’antimafia, con le condanne di due “paladini”, Antonello Montante e Silvana Saguto. Sussurra uno dei ragazzi delle scorte: “Qui, i magistrati hanno toccato fili ad alta tensione”.