di Giansandro Merli
Il Manifesto, 6 novembre 2025
Per chi ha ricevuto un decreto di espulsione non sarà necessario il consenso. La Camera ha approvato il disegno di legge di ratifica ed esecuzione del Trattato sul trasferimento dei condannati definitivi tra Italia e Libia. 172 i voti favorevoli e 77 i voti contrari. Il testo aveva già ricevuto il via libera del Senato. Così - nel giorno in cui a Tripoli viene arrestato per omicidio e tortura il generale Almasri che a gennaio l’Italia aveva liberato e rimpatriato su un volo di Stato violando un mandato della Corte dell’Aja - diventa possibile spedire al di là del Mediterraneo, in un paese in mano alle milizie e preda di ogni violenza, chi è in carcere senza possibilità di appello.
“Il ddl riporta sotto gli occhi di tutti il comportamento surreale del governo: prima libera il carceriere e torturatore Almasri in modo illegale, poi approva la legge che consente ai prigionieri libici di tornare nelle prigioni libiche”, ha dichiarato in aula Mauro Del Barba, deputato di Italia viva. “Avvicinare i detenuti ai loro familiari, nel paese di origine, è corretto. Ma questo non può valere per la Libia: nelle prigioni di quel paese si tortura, si violenta e si uccide. È vergognoso pensare di mandare lì delle persone”, attacca Marco Grimaldi, deputato di Alleanza verdi e sinistra.
L’accordo internazionale era stato firmato a Palermo il 29 settembre 2023 tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e l’omologa libica del governo di unità nazionale, quello di Tripoli, Halima Ibrahim Abdel Rahman Elbousify. Prevede la possibilità di trasferire da uno Stato all’altro, se entrambi sono d’accordo, i cittadini che stanno scontando all’estero una condanna inappellabile e superiore a un anno.
La persona deve acconsentire al rimpatrio, ma ci sono due eccezioni. L’articolo 16 esclude la necessità del consenso di chi è fuggito nel territorio dell’altro paese per sottrarsi a una sentenza passata in giudicato in quello di origine. L’articolo 17 fa altrettanto per chi insieme alla pena ha ricevuto un decreto di espulsione. Per esempio i cittadini libici che finiscono dietro le sbarre e poi sono ritenuti colpevoli di aver guidato una barca carica di migranti verso le coste italiane. Come Alà Faraj, rinchiuso all’Ucciardone da 10 anni perché giudicato, in un processo approssimativo e pieno di buchi, uno degli scafisti che conducevano un barcone su cui nel luglio 2015 persero la vita per asfissia 49 persone.
Secondo la sua avvocata Cinzia Pecoraro: “Il trattato è stato scritto più da politici che da giuristi. Ha diversi punti problematici. Non ci sono garanzie per gli individui, né su dove saranno portati né in quali condizioni detentive. Per i condannati con una sentenza che prevede la misura accessoria dell’espulsione, come in tutti i casi analoghi a quelli del mio assistito, non è richiesto il consenso al trasferimento. E questo è molto grave perché rischia di ledere i diritti fondamentali della persona”.
Con Faraj sono state condannate altre sette persone, tra cui i giovanissimi “calciatori di Bengasi”. Tutte venivano dalla Cirenaica controllata da Haftar. Con questo trattato potrebbero ritrovarsi nella Tripolitania di Dbeibeh. La firma della ministra dell’ovest è “per lo Stato della Libia”. Del resto a livello internazionale quello è un solo paese, anche se sul campo le cose cambiano e sono almeno due. Nessuno dei quali garantisce i diritti delle persone.
Il vero significato del trattato, e il suo eventuale funzionamento, si capirà in futuro. I detenuti libici in Italia non sono così tanti. Quasi zero il contrario. Più che effetti di sistema, come la riduzione del sovraffollamento carcerario cui si potrebbe ambire per altre nazionalità, le ricadute del trattato saranno sui casi singoli. Persone che rischiano di diventare oggetto di ricatto, dietro lo spauracchio del rimpatrio, o merce di scambio nelle trame che legano i due lati del mare.











