di Lucio Luca
La Repubblica, 17 novembre 2024
S. è un mafioso palermitano che vive nel quartiere di don Pino Puglisi e vuole redimersi. Il romanzo per immagini di un reporter. “A Brancaccio non c’è niente. Niente, tranne la noia. Quella che, con il suo manto scuro, abbraccia ogni cosa”. Brancaccio è il quartiere più a sud di Palermo. Chi lascia la città - o chi ci arriva venendo dall’altra parte - si imbatte per forza in questa terra di nessuno, “un avamposto di frontiera. Una lingua di strada di un chilometro e mezzo che racchiude tutto il male e il bene di questa incomprensibile città”. È brutta Brancaccio, quasi come se fosse stata costruita da una mente diabolica che ha deciso di concentrare da queste parti un piccolo popolo di “sfigati” per trasformarli in pericolosi criminali. Perché in un posto del genere diventare cattivi è facile, quasi obbligatorio: qui vince la legge del più forte, qui se non ti adegui alle regole rischi di fare una brutta fine. E pure se ti adegui, visto che fin da bambini a Brancaccio il sangue e la violenza sono il pane quotidiano.
Lo sa bene S., protagonista di “Brancaccio. Le viscere di Palermo”, il romanzo-verità scritto da Francesco Faraci per Zolfo Editore (pagg.184, euro 18), un pugno nello stomaco per chi non conosce questa realtà, l’amara constatazione che nulla è cambiato per chi, invece, Palermo e le sue periferie le ha vissute sulla propria pelle. S. ha 45 anni, di cui almeno venticinque passati a entrare e uscire dalle carceri di mezza Italia. Il suo fascicolo, tutti i processi nei quali è implicato, somma qualcosa come 2.700 pagine. Da ragazzino S. era amico di Salvatore Grigoli, il killer di padre Pino Puglisi. Già, perché Brancaccio è anche questo: quartiere di mafia e di redenzione, con boss del calibro dei fratelli Graviano, “malacarne” pronti a tutto pur di scalare le classifiche della criminalità e preti- coraggio che si giocano la vita pur di restituire un raggio di luce a questo agglomerato di cemento senza senso. Faraci, che oltre a scrivere è un bravissimo fotografo - alla fine del libro sono pubblicati scatti di incredibile bellezza ed efficacia - ha trascorso mesi, anni ascoltando i racconti di S. e li ha poi trasformati in un romanzo che “nobilita il mestiere di cronista - scrive Nello Trocchia nella prefazione - Un mestiere che non vuole sedie e comfort ma strada e ascolto”.
“Tutto qui è apparenza, ma grattando appena la superficie delle cose si rischia di scivolare in un abisso da cui è facile essere ingoiati, che entra negli occhi, nelle vene, che stringe la gola e avvelena e storpia” racconta Faraci. L’abisso del protagonista, “battezzato” a soli dieci anni alla legge della strada. La legge di un mondo che da Brancaccio sembra lontano, quasi irraggiungibile. Don Pino, che qui c’era anche nato, diventò parroco del rione dopo che sette altri sacerdoti rifiutarono quella destinazione. Quasi che la missione di fede, da queste parti, fosse un’inutile perdita di tempo. Da “picciotto” di strada cominciò a portare i bambini all’oratorio, ne strappò diversi ai tentacoli della piovra, convinse anche qualche coraggioso maestro a parlare di mafia nelle scuole. Troppo. La forza di quel sorriso stava diventando pericolosa per Cosa nostra e il 15 settembre del 1993 i sicari dei Graviano entrarono in azione.
La ferocia di Cosa nostra e la grazia del martirio. Anche questo è Brancaccio, un luogo di frontiera nel quale gli abitanti sono costretti a crescere prima del resto del mondo, a indurirsi di fronte alla vita. Faraci scrive dunque una storia d’amore e di violenza. Di buio e di luce. Di sogni infranti, cadute, rovinose a volte come quelle di S. ma anche di insperata voglia di riscatto. Perché solo dopo aver toccato il fondo, S. trova la forza per iniziare un doloroso ma necessario percorso di recupero e di ritorno alla vita. Francesco Faraci ha da sempre dedicato la sua vita a raccontare, con la forza delle immagini, le vite dimenticate delle periferie siciliane.
Con la stessa passione in questo libro trasmette l’umanità nascosta nelle pieghe più oscure della città. Come già in Malacarne (2016) e Atlante Umano Siciliano (2020) Faraci, che ha lavorato come fotoreporter per grandi testate internazionali come Repubblica, New York Times e Guardian, non si accontenta della cronaca ma vuole lanciare un messaggio mai del tutto recepito da chi regge i fili di una città martoriata come Palermo: e cioè che anche dietro alla violenza e al degrado si può nascondere un grande bisogno di amore e di riscatto. Pure qui a Brancaccio, nelle viscere di una terra che fa fatica a imparare dai propri errori.










