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di Raffaella Calandra

Il Sole 24 Ore, 29 dicembre 2024

Al via un ciclo di reportage negli istituti per adulti e minori tra sovraffollamento, disagio psichico e marginalità. Se è vero che “nessun uomo è un’isola”, per capire le voci di dentro bisogna ascoltare anche quelle di fuori. Come in certe sere romane alle Mantellate, quando il vento ripete nomi di mariti, figli, fratelli urlati a squarciagola da donne che fanno giungere così il loro abbraccio al di là di blindo e cancelli. Ma il mondo di dentro e quello di fuori non sempre parlano la stessa lingua. E non di rado, quello che vive al di là delle alte mura di cinta resta un universo distante.

Salvo balzare al centro dell’agone politico ora per il dramma dei suicidi in particolare d’estate (l’ultimo un trentenne il 18 dicembre a Viterbo); ora per l’ingresso di detenuti eccellenti; ora per inchieste per torture o scandali vari. Così in un dibattito emotivo e manicheo, non c’è spazio per la complessità; si perde la pluralità degli attori e di sicuro non si illuminano gli sforzi dei tanti che cercano di avvicinare il condannato ad una prospettiva di cambiamento. Nella consapevolezza che “la sua personalità - secondo il richiamo della Corte costituzionale - non resta segnata in maniera irrimediabile dal reato commesso”. Una sfida ancor maggiore quando si tratta di giovanissimi, 584 nei 17 Istituti penali per minori.

Un ciclo di reportage - Il mondo di dentro però non progredisce senza quello di fuori. Come dissero le anime degli scomunicati a Dante, “qui per quei di là molto s’avanza”. E solo quando tra carcere e territorio esiste un proficuo dialogo, crolla la recidiva e aumenta la sicurezza. Abbiamo per questo deciso di andare a vedere con i nostri occhi, di andare ad ascoltare le voci del carcere, dove Papa Francesco ha appena aperto una delle porte sante del Giubileo. Un viaggio a tappe tra istituti diversi, per adulti e minori. Un viaggio nella quotidianità di un mondo dove sono recluse 62 mila persone e vi lavorano altre 40 mila (36 mila della Polizia penitenziaria, 4 mila civili), oltre ai volontari. Un mondo dove i detenuti della cosiddetta “alta sicurezza”, i più pericolosi, sono una minoranza, mentre aumentano coloro a cui il vento non ha baci da consegnare: naufraghi di vita che “nel vuoto affettivo”, per dirla col Pontefice, rischiano di più di togliersi la vita. Il carcere specchio del territorio.

Scarso supporto psicologico - Al contempo il supporto psicologico, nonostante i 5 milioni in più stanziati tempo fa dal Ministero della Giustizia, continua ad essere insufficiente, per concorde valutazione degli operatori. E nell’autonomia delle competenze regionali, i compensi assegnati dalle Asl agli specialisti vanno dai 24 euro lordi all’ora a Siracusa - in media 30 euro al Sud (a fronte di grandi responsabilità) - ai 96 euro a Trento.

Emergenza salute mentale e poche Rems - Solo 600 invece i posti disponibili nelle 31 Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), create dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Lunghissime le liste d’attesa. Al momento 664 persone aspettano un posto in una delle Rems e nel frattempo, 26 restano in carcere, indebitamente, le altre sono fuori. Col rischio di fare del male a sé o ad altri. La salute mentale dietro le sbarre e la salute in genere è una delle principali urgenze. E se ad Oristano la Asl ha appena deliberato l’assunzione di cinque medici per la casa circondariale (non più uno solo), in Sicilia un assessore confessò ad un alto dirigente Dap: “se do risorse ai detenuti non mi votano”. Garantire la salute diventa poi ancor più arduo quando di notte in un istituto con 90 presenze, come ad Avezzano, si ritrovano tre agenti in turno: “se due devono accompagnare d’urgenza in ospedale un detenuto con un infarto, dentro resta uno solo?”, obietta chi si è trovato in passato in analoga situazione. O di quella volta che fu portato dentro, per evasione dai domiciliari, un diabetico con entrambe le gambe amputate: restò in infermeria solo una notte, poi fu rimandato a casa.

I tanti volti del carcere - Ecco che allora visitare le carceri significa anche vedere le difficoltà di dialogo talora tra attori diversi; significa realizzare quanto resti inattuato dell’ordinamento penitenziario e dei richiami della Corte costituzionale (dal monito per “una complessiva riforma delle Rems”, al diritto all’affettività, un tabù). Entrare in carcere significa ascoltare dei tantissimi suicidi evitati, significa avvertire l’impotenza di quell’agente torinese (che indossa la stessa divisa di colleghi accusati di torture in più inchieste) davanti ad un uomo piegato dal mal di denti, ma significa anche rendersi conto che per sempre più detenuti il carcere è il primo accesso ad un sistema di welfare. Talora un’occasione. Un paradosso solo in apparenza.

Visitare le carceri significa anche scoprire angoli di eccellenza, come gli ambulatori per la dialisi a Poggioreale per restare in ambito sanitario, o ascoltare gli sforzi degli operatori di Padova quella volta che arrivò un obeso di 230 kg. Visitare le carceri significa toccare con mano quanto il dialogo col territorio, dal pubblico al privato, sia decisivo nel percorso di risocializzazione, in particolare attraverso il lavoro. E questa - come più volte richiamato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella - è “la migliore garanzia di sicurezza”. Ma a Milano o Bologna non è come a Reggio Calabria o Taranto.

Vecchie e nuove emergenze - Bisogna aver attraversato vecchi ballatoi e affollate celle; aver percorso anguste scale come a Bolzano o varcato l’antico portone di Regina Coeli a Roma. Bisogna aver ascoltato le emergenze nel tempo di Sollicciano a Firenze, Canton Mombello a Brescia o Le Vallette a Torino, tra mancanza di acqua calda, cimici e carenze di personale, nonostante le assunzioni per far fronte al turn over. Bisogna aver visto la successione dei letti a castello, in spazi dove a turno si riesce a mettere i piedi a terra; e bisogna averne sentito gli odori tra sudore, ormoni, rabbia e paura. Bisogna aver ascoltato la voce di chi, come Laura a San Vittore, potrebbe andare in affidamento ma non ha un indirizzo e resta in cella (l’albo delle comunità per accogliere profili come il suo, previsto nel decreto carcere della scorsa estate, è ancora in itinere). Bisogna entrare per scoprire che due portali in pietra hanno rallentato i lavori di due padiglioni chiusi a Poggioreale in un momento ad altissimo affollamento. Bisogna aver visto, per comprendere l’attualità delle parole di Filippo Turati sull’assenza di “comunicazione tra il nostro mondo e quei cimiteri di vivi che sono le carceri”.

Cantieri aperti e laboratori - Allo stesso modo, solo girando tra raggi e padiglioni, si comprende come anche i piccoli (grandi) cantieri aperti possono migliorare le condizioni di vita, con la rimozione ad esempio delle turche dai bagni o la realizzazione delle docce in cella, come da regolamento. Stando dentro assume poi un altro sapore il panettone che sempre più persone acquistano dal carcere di Padova o dall’Ipm di Nisida o il cioccolato di Busto Arsizio, il caffè di Rebibbia o la birra di Alessandria. Come varcando i cancelli, può capitare di imbattersi in una lezione sul Salvator Mundi o in un seminario del Politecnico; è possibile visitare laboratori di formazione professionale, dall’ informatica alla sartoria dai modem alla fibra: tanti ma non abbastanza per provare a dare una prospettiva al tempo della detenzione; e si incontrano autentici miracoli come il call center di Rebibbia per le prenotazioni all’ospedale Bambin Gesù. Perché in attesa che da fuori qualcosa cambi, dentro migliaia di persone continuano a lavorare, provando ogni giorno a migliorare le cose. Nonostante le difficoltà e le quotidiane aggressioni soprattutto agli agenti. Ma come dimostra il “modello Bollate”, pur nelle sue contraddizioni, il carcere della Costituzione può esistere.

Censimento delle celle in disuso - Nei 189 istituti per adulti è in atto un censimento delle celle in disuso recuperabili in poco tempo e si attendono gli interventi del commissario straordinario all’edilizia penitenziaria, Marco Doglio, nominato a settembre su proposta dei ministri Carlo Nordio e Matteo Salvini. Parlare in modo organico di carcere significa però chiamare in causa l’intero Governo, se decidesse di farne una priorità: dal ministero della Giustizia alle Infrastrutture, da Salute al Mimit, dal Lavoro all’Università, oltre al Mef. E quanto più il mondo di fuori potrà vedere al di là della porta - aperta simbolicamente dal Papa nel carcere di Rebibbia - più comprenderà come quel pezzo di Repubblica che vive dietro le alte mura di cinta chiami in causa ciascuno di noi. E anche se forse ci crediamo assolti, siamo lo stesso tutti coinvolti.