di Andrea Galli
Corriere della Sera, 15 febbraio 2026
Otto i clochard morti da inizio anno. L’ultimo caso in via Arona, dove un uomo di una sessantina d’anni, forse straniero, ma non ancora identificato, è stato soccorso poco prima delle 15. La sorella Chiara cerca il fratello Valter. “Torna a casa”. Lui ha un barbone bianco, disordinato. Chiara, Valter. I loro due nomi, e insieme i loro due volti - tutto stampato bello in grande, disperatamente in grande, che si vede meglio - stanno sul cartello appeso al palo sotto la tettoia all’inizio della coda che si fa per mangiare. In realtà la coda comincia parecchio indietro, sotto la pioggia, ancora un po’ e comincia davanti all’hotel di lusso vicino ai tifosi delle Olimpiadi pronti per le partite di hockey, con la tuta addosso delle Nazionali.
Corso Concordia, adesso che hanno finito i lavori della metro, è di una bellezza perfino sfacciata, o forse le danno ulteriore slancio questo tempo e quest’acqua sottile sul lastricato che scende da un cielo non scuro che promette imminenti cose serene. La mensa per i senzatetto. Quel cartello. Chiara, Valter. Spariscono clochard, a Milano. Da gennaio, con l’ultimo poveraccio venerdì, sono morti già in otto. Vivevano all’aperto. I dormitori mai. Anche ora. Con la conta di quelli che non ci sono più. “Nei dormitori? Mai”.
Passanti pochi, mazzi di fiori per San Valentino e pasticcini sotto gli ombrelli prese dalla fornaia, di quelle che tengono a mente nomi e gusti dei clienti, ha cazziato una figlia che dimenticava il tipo di pane preferito dalla mamma; un signore dagli incredibili occhi azzurri passeggia per digerire, a breve si rimette in cammino, viene dallo Sri Lanka, cioè di preciso viene da San Donato Milanese, la sua vita dista, per ancora, dal fronte, da questo fronte della strada a oltranza, il giorno e la notte senza un pezzo d’alloggio foss’anche una camera da letto da dividere in quattro, o il retro di un negozio, una cantina, ovunque pur di non star sull’asfalto, rischiare di morire, morirci; lui sta da un cugino insieme ad altri dieci parenti. Le 11.55; pensilina della linea 61 per largo Murani, una signora, anelli e bracciali e basco, guarda l’umanità incolonnata: “Tutti stranieri”. Lei di dov’è? “Filippine”. E che fa? “La badante di un avvocato, 86 anni, famoso. Ho fatto la settimana, oggi vengono i figli a guardarlo”. Passa il bus, la signora sale (senza salutare). Stessa pensilina, nuovo passeggero. Scarpe e jeans macchiati di vernice. È uno dei reduci dalla mensa. Dice che è dei dintorni del Cairo, uno dei dieci milioni di pendolari che ogni giorno si aggiungono ai venti milioni di residenti. “Se vengo a sapere di amici che lavorano nelle imprese edili e hanno bisogno, vengo, faccio il lavoro, dormo dentro il cantiere, prendo i soldi, torno in Egitto con i low cost”. Le 12.16; un signore di Casablanca: “Nei dormitori non ci sto, noi marocchini litighiamo con gli egiziani”.
In mensa anche i rider; bici parcheggiate, lucchetti alla ringhiera, il cellophane sopra la sella. Un ragazzo corre giù per le scale con lo zaino che a momenti lo fa ruzzolare, s’arrabbia un casino se gli si domanda dell’esistenza per strada, urla che è qui per una consegna...
Un signore con la borsa di una società calcistica di Rovigo: “Ci sono i nativi digitali e poi ci sono i morenti non digitali. Io non ce l’ho, un cellulare, non leggo le notizie, non sapevo dei morti”. Nell’aiuto ai senzatetto nessuna città in Italia ha una tale rete, per forza e logistica, di Milano. Pubblico e privato, religiosi e laici. Mario Furlan, fondatore dei City Angels, è stato fra i primi a notare la ritrosia al dormitorio.
Tre i motivi.
1) “Ci sono le regole, la comunità, non puoi fare quel che vuoi”.
2) “Aumentano i senzatetto che vogliono stare davvero da soli, senza altri senzatetto attorno. Ma se stai male, nessuno ti può aiutare subito”.
3) “La diffusione dei casi di malattie mentali è il tema, il grande tema. Non posso portar via una persona, per aiutarla, se non lo vuole...”.
Un signore con le calze di lana dentro i sandali sbaglia mese e ricorda che non è più l’aprile d’un tempo, “ci sono diciotto gradi mentre una volta ad aprile nevicava”.
In coda per la mensa più d’uno parla da solo fissando in alto; specie gli anziani parlano da soli, alcuni indossano scarpe di seconda mano - mai sceglierebbero scarpe col rialzo interno, che aumenta l’altezza, piuttosto prenderebbe scarpe da montagna. Transitano cagnolini in cappotto tricolore, le padrone hanno le fasce tricolore da sci in testa, viva le Olimpiadi; passa una jeep da safari, dietro c’è un bambino vestito da zombie. Un papà che viene dal Sudamerica esce dalla mensa trascinando la figlia di cinque, sei anni; lei piange. Esce una donna che sul petto esibisce un crocefisso, dice che cerca uno spasimante. Un signore di Casablanca indossa cappello e cappuccio del giaccone, dice che dorme intorno a piazza Diaz, al mattino quelli che portano fuori i sacchi dell’immondizia del condominio “mi ordinano a calci nel sedere di sloggiare in modo tale da accontentare i portinai che si fanno belli con i padroni di casa quando scendono senza noi come prima immagine del giorno”.
Luciano Gualzetti, a capo dell’Opera Cardinal Ferrari, racconta di questa Milano in vetrina per le Olimpiadi, con loro, i senzatetto, piccoli piccoli, minuscoli, invisibili. Un ragazzo esplora i denti specchiandosi nel finestrino di una macchina. Gli elenchiamo i senzatetto morti e privi d’identità, fantasmi urbani, dice boh per il morto di Cassala, boh per il morto di Luigi di Savoia, boh per tutti quanti; soffia il naso nella sciarpa a scacchi, ha cuffie da musica, non ascolta niente di niente, è giusto per tenere le orecchie coperte; non sentir il freddo, né forse la gente.









