di Alessio Sartore
Corriere della Sera, 4 maggio 2026
A Grisignano, in provincia di Vicenza, c’è un magazzino logistico dove ogni giorno arrivano camion carichi di rifiuti. Vestiti, biciclette, piatti, libri, elettrodomestici. Di tutto. E tutto tecnicamente classificato come scarto. Ma in quel magazzino di Grisignano è diverso. Lo scarto non finisce in discarica, anzi: viene smistato, valutato, riparato e infine rimesso in vendita in un grande negozio dell’usato a Vicenza. Ritorna ad essere bene. Il magazzino e il negozio sono il cuore operativo di Cooperativa Insieme a r.l., realtà del terzo settore fondata nel 1979 raccogliendo le “strasse” (stracci in dialetto veneto) e oggi una delle esperienze più originali in Italia nel campo dell’economia circolare e dell’inserimento lavorativo.
Su circa 180 persone che lavorano nella cooperativa, più della metà è impiegata in percorsi strutturati di reinserimento: persone provenienti dal carcere, dai servizi sociali, dalle comunità terapeutiche.
“Non facciamo beneficenza”, tiene a precisare Adriano Verneau, vicepresidente della cooperativa. “Costruiamo qualcosa di più ambizioso”. Dopo un caffè al bar della cooperativa, di fianco al negozio, Adriano mi porta a visitare gli ampi spazi dove si recuperano gli oggetti. Più di tutto colpisce la dimensione, la pulizia e l’organizzazione. Qui a Vicenza gli scarti arrivano già smistati da Grisignano: elettrodomestici, abbigliamento, giocattoli, biciclette. Ogni spazio occupa lavoratori (quasi tutti provenienti da contesti di fragilità) che rimettono in vita i prodotti che alla fine vengono venduti nel grande negozio al piano terra. Cooperativa Insieme è l’unica singola coop sociale italiana ammessa a Reuse, il più grande network europeo di imprese sociali attive nell’economia circolare, presente in 26 paesi. La sua vision ha la forza e la semplicità di un manifesto: “Dare una seconda possibilità è la prima scelta”.
Adriano, come funziona il vostro modello di inserimento lavorativo?
“Abbiamo circa novanta persone in percorsi di inserimento lavorativo. Non vengono qui per restare: vengono per formarsi, per sganciarsi da situazioni difficili, per aumentare le proprie competenze e poi rientrare nel mondo del lavoro. Il nostro obiettivo è che vadano via. I percorsi durano fino a quattro anni. Questo è un risultato costruito insieme ai sindacati, perché un anno solo era troppo poco per ricostruire una identità lavorativa. Chi arriva deve avere una certificazione e un ente inviante: i servizi sociali, il tribunale, il SERD. C’è sempre un interlocutore istituzionale con cui confrontarsi. Il turnover alto è fisiologico: è il segno che il percorso funziona”.
I vostri due impianti hanno ottenuto la prima autorizzazione italiana per la preparazione al riutilizzo dei rifiuti. Cosa significa?
“Significa che gestiamo oggetti che sono già diventati rifiuti a tutti gli effetti, noi non li intercettiamo prima che lo diventino. Siamo noi a decidere cosa può avere una seconda vita. I camion arrivano dagli ecocentri, dagli sgomberi, oppure dai centri di raccolta. Agli impianti il materiale viene categorizzato per tipologia merceologica: piatti, biciclette, libri, apparecchiature elettriche. Ed è il negozio a guidare tutto: c’è un flusso continuo di dati che dice agli impianti cosa vale la pena tenere e cosa invece va avviato al riciclo. La filiera è circolare e a chilometro zero: il rifiuto prodotto in provincia viene lavorato in provincia e venduto in provincia”.
Sul tessile avete sviluppato anche un sistema di tracciabilità...
“Si chiama Tessuto Sociale, è il marchio che abbiamo creato per dare ai cittadini e alle istituzioni una garanzia concreta sulla gestione degli indumenti usati. Entro quest’estate completeremo un sistema di tracciabilità capo per capo: quando compri una maglietta nel nostro negozio, sai da quale centro di raccolta viene, quando è stata ritirata, quali lavorazioni ha subito. È l’opposto di quello che accade spesso in Italia, dove il capo viene raccolto, esportato all’estero per la selezione, e infine torna una piccola percentuale come “polpa” rivendibile. Tutto il resto finisce nelle discariche, e negli oceani, dopo viaggi di migliaia di chilometri. Noi vogliamo essere la garanzia che tutto questo non succeda”.
I lavoratori con fragilità sono cambiati negli anni?
“Molto. Le fragilità si sono trasformate: le dipendenze non sono più solo da sostanze, ma da videogiochi e social media. E dopo il COVID abbiamo visto crescere, soprattutto tra i giovani, i casi di doppia diagnosi: disturbi psichiatrici abbinati a dipendenze. C’è poi un paradosso interessante: il mercato del lavoro vicentino ha cominciato ad assumere più persone che prima arrivavano da noi, come ad esempio chi usciva da percorsi di tossicodipendenza. È di certo un risultato positivo. Ma quelle stesse persone, inserite direttamente in azienda senza un percorso educativo strutturato, rischiano di tornare indietro se manca il percorso di costruzione di identità lavorativa. Le imprese assumono, ma non accompagnano. È normale, l’impresa ha bisogno di lavoratori. Ma questo crea distorsioni”.
Avete aperto un bar all’interno della cooperativa...
“Il bar è stata una sfida. Ha aperto il negozio a una clientela completamente diversa: professionisti, famiglie, gente di passaggio. Persone che forse in un negozio dell’usato non ci sarebbero mai entrate. Al bar vieni servito da un ex tossicodipendente, da un ex carcerato, ti siedi accanto a qualcuno che magari prima non avresti avvicinato. Quando quella persona al bancone finisce il percorso e smette di lavorare con noi perché ha trovato un impiego in un’altra azienda, i clienti chiedono: “Dov’è andato?”. E lì comincia una narrazione diversa, condivisa. Lo stigma si sgretola e diventa normalità. Come quando vai dal benzinaio: non sai nulla della sua vita, vai lì senza pregiudizi. Qui succede la stessa cosa, solo che lo scopri dopo”.
Quali sono i vostri piani per i prossimi anni?
“Espandere il modello in tutta la provincia e poi a livello regionale e nazionale. Oggi siamo presenti in sedici centri di raccolta. L’anno scorso abbiamo fondato una rete con altre sei cooperative sociali italiane, da Milano a Bologna a Napoli, per portare questo modello sui tavoli del Ministero. Il nostro obiettivo non è fare un franchising, ma far si che ogni provincia abbia la sua Cooperativa Insieme, adattata al proprio territorio. Serve però che l’ente pubblico smetta di vedere questo lavoro come un costo da sostenere per spirito solidale e cominci a riconoscerlo per quello che è: un’opportunità generativa, economica e sociale”.
Una seconda possibilità per gli oggetti e soprattutto per le persone. È la formula che Adriano Verneau ripete, declinandola ogni volta in modo diverso: per un maglione buttato ma ancora buono, per un ragazzo appena uscito dal carcere. Un modello economico sostenibile che fatica ancora a essere riconosciuto. A Vicenza, però, funziona da quarantasette anni. E i clienti che tornano al bar e poi passano in negozio sono lì a dimostrarlo.











