di Claudia Milani Vicenzi
Giornale di Vicenza, 21 agosto 2024
Anni di colpi per pagarsi il gioco d’azzardo. Dopo le condanne la detenzione, la casa lavoro e San Patrignano. La sua storia ha ispirato la rappresentazione teatrale di Gianfelice Facchetti, “La confessione di Agostino”, con l’attore Claudio Orlandini. Da poliziotto, quando aveva 20 anni, a operatore che si occupa di detenuti, oggi che di anni ne ha più di 60. In mezzo un lungo periodo tra scommesse e notti al casinò, rapine agli uffici postali e nei centri commerciali, condanne e poi, ancora, il carcere, la casa lavoro, la comunità. Tante vite, quelle di Agostino Paganini. Vite di eccessi e di errori, ma anche di dolore e di guarigione. E lui, che oggi ha saldato ogni debito con la giustizia, parla senza problemi del suo passato. Quando incontra i giovani nelle scuole lo racconta, lo spiega, riesce persino ad essere ironico e a scherzarci su.
“Cerco di far capire ai ragazzi, facendoli anche sorridere, i rischi che si corrono con il gioco d’azzardo, le conseguenze che scelte sbagliate possono avere sulla vita di ciascuno. Parlo della mia sofferenza per fare in modo che altri non debbano viverla. Sono incontri che lasciano il segno. Non posso dimenticare quando una studentessa, dopo avermi ascoltato, mi ha abbracciato, raccontandomi la sua difficile situazione in famiglia”.
Prima agente e poi bandito - Sembra la trama di un film. Di sicuro la sua vicenda ha ispirato la rappresentazione teatrale di Gianfelice Facchetti, “La confessione di Agostino”, con l’attore Claudio Orlandini. Tutto è nato con una lettera pubblicata sulla Gazzetta dello Sport. Una lettera scritta da un detenuto, Paganini appunto, che ricordava quando, bambino, andava a San Siro con il padre e vedere le partite. Dopo averla letta Facchetti decise di scrivergli in carcere: seguì un lungo scambio epistolare, e nacque un’amicizia che continua ancora oggi. Facchetti parla di lui anche nel libro “C’era una volta San Siro”. Racconta di quello che può essere considerato il giorno che ha segnato la vita di Agostino. L’arrivo, appena quindicenne, all’ippodromo dopo essere andato a vedere l’Inter a San Siro. “Si voltò e vide Oderisi ai nastri di partenza. Fu quell’animale a scalciare il suo destino” si legge nell’opera. Perché quel giorno Paganini, originario di Nerviano, vicino a Milano, fece la sua prima puntata, cinquemila lire, la mancia della nonna. E andò bene, anzi benissimo.
Vinse un sacco di soldi - Inevitabile che tornasse la settimana dopo. E allora perse. “In quella disfatta - scrive Facchetti - firmò il suo patto con il diavolo. In fretta sarebbe diventato un giocatore incallito”. Il gioco gli costò la bocciatura all’ultimo anno delle superiori, perché al mattino preferiva andare a vedere gli allenamenti dei cavalli e accumulò troppe assenze. Poi, una volta diplomato, iniziò a lavorare, un modo per avere soldi da giocare.
Tutte le date significative sono impresse nella sua mente ma una lo è in particolare: il 18 settembre 1981. “Fu quel giorno che ebbi per la prima volta la certezza che dovevo cambiare vita”. Passando davanti a un commissariato la decisione di diventare poliziotto. Un tentativo di sfuggire ai propri demoni, che però si è rivelato vano. “Lavoravo a Ventimiglia, troppo vicino a Sanremo e a Monte Carlo, con i loro casinò e le loro tentazioni. In servizio il mio comportamento è sempre stato ineccepibile, ma finito il turno continuavo a giocare”.
Nel 1987 la decisione di lasciare la polizia e di intraprendere la carriera di agente immobiliare. Lui era bravo, il periodo ottimo per il settore e gli affari andavano a gonfie vele. Peccato che, ancora una volta i soldi guadagnati, tanti, finissero sui tavoli da gioco. Assenze dal lavoro sempre più frequenti, dissidi con i soci e la decisione di lasciare, mettendosi in proprio. Ma ormai la credibilità era persa e riuscire a lavorare più difficile.
La prima rapina - Nel 2007 la prima rapina, in un centro commerciale, l’arresto, la condanna a tre anni nel carcere di Alba. Poi il trasferimento a Padova, la semi-libertà a Vicenza con il progetto Jonathan e la nuova ricaduta. “Continuavo a giocare, facevo puntate al telefono e avevo accumulato un debito di 7.200 euro che dovevo pagare entro il 1° dicembre. Per saldarlo sono evaso, sono corso a Milano e in 16 giorni ho messo a segno 17 colpi”. Sempre da solo, sempre armato “soltanto” di pistola giocattolo o di coltello, sempre prendendo di mira uffici postali o case scommesse (“Quasi volessi riprendermi indietro i soldi che avevo perso”). Poi il nuovo arresto e la condanna, pesante, a 12 anni. Il carcere, la casa lavoro, la libertà vigilata, sempre in balia del demone del gioco e infine tre anni a San Patrignano”. E finalmente la libertà, quella fisica ma soprattutto dal gioco d’azzardo, diventato finalmente un ricordo. Il 9 novembre 2022 un’altra data storica: da quel giorno non è più considerato “socialmente pericoloso”.
Ultima tappa del cammino il ritorno a Vicenza - Nella comunità Jonathan, non più come ospite, ma come operatore. “Nonostante il dolore e la sofferenza ho pianto poche volte. Una di queste è stata nella casa lavoro, l’esperienza più traumatica che io abbia mai vissuto in tanti anni. Inizialmente non capivo perché la definivano “ergastolo bianco”, poi mi è stato chiaro. È stato un prolungamento della pena nonostante avessi già pagato, prolungamento che non sapevo quanto sarebbe durato. Ed è stato peggio del carcere. Il giudice di sorveglianza può stabilire la permanenza di un detenuto, chiamato “internato”, in una di queste strutture. La misura però è reiterabile. Un ergastolo a tutti gli effetti per certe persone. Ho conosciuto un internato che era lì dal 1968”.










