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Corriere del Veneto, 2 settembre 2023

Rinchiusi tra le mura di un carcere per scontare una pena, ma non disposti a sottostare a delle condizioni “disumane e degradanti”. Così hanno definito la situazione nella casa circondariale di Vicenza i detenuti che con una lettera datata 30 agosto si sono appellati al mondo oltre le sbarre che sperano possa aiutarli. È da martedì che i detenuti del reparto di alta sicurezza hanno cominciato una protesta pacifica, con quattro “battiture” al giorno (sbattendo pentole o altri utensili sulle finestre per richiamare l’attenzione) e rinunciando al vitto della cucina del carcere. Ma quali esattamente i motivi della protesta?

“I detenuti lamentano un caro prezzo dei prodotti di prima necessità forniti dall’impresa aggiudicataria, la scarsa qualità degli stessi. Inoltre, il cibo somministrato dalle cucine dell’Istituto risulta di scarsa qualità e non corrisponde alla quantità prevista”. La lettera poi ricorda come la maggior parte dei detenuti non ha risorse economiche e la mancanza del lavoro li limita anche nell’alimentazione. A tale questione si aggiungerebbe anche quella riguardante l’opera rieducativa e il rinserimento socio-familiare e lavorativo.

“La carenza di organico degli educatori e la scarsa attenzione degli stessi nei confronti delle esigenze dei detenuti, - continua la lettera - in primis quella formativa e trattamentale, tradisce la funzione della pena e condiziona negativamente il quotidiano carcerario”. Nella missiva i detenuti descrivono la distribuzione dei carcerati nell’istituto di Vicenza, che pone i “detenuti di media sicurezza nello stesso padiglione dove sono allocati detenuti di alta sicurezza”.

Cosa che, secondo le norme, non dovrebbe essere permessa nelle carceri italiane. Viene definita una “mera tortura” la vita di chi deve condividere gli spazi con persone con problemi psichiatrici o tossicodipendenti, che secondo i prigionieri dovrebbero essere “affidati a delle strutture alternative”. Viene in seguito presa in considerazione sia la situazione dell’assenza di un direttore, perché “a scavalco” da più di cinque anni.

L’ultimo direttore fisso se ne è andato nel 2017. Ciò significa che non esiste una persona stabile di riferimento, ma un direttore che gestisce più istituti e che cambia, spesso. “La sua assenza condiziona tutto il sistema intramurario, rendendo la carcerazione disumana e degradante per l’inefficienza dello stesso”, spiegano i detenuti. Che aggiungono: “Pochi medici, troppo giovani inesperti, ritardi sulle visite specialistiche e interventi chirurgici. La gestione da parte del coordinatore sanitario Stefano Tolio, mantenuto comunque dall’Usl 8 a fronte dei numerosi reclami avversi al suo operato, risulta fallimentare”. Ora i detenuti attendono una risposta.