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di Federica Augusta Rossi

Giornale di Vicenza, 16 dicembre 2024

Abbiamo passato alcune ore nel carcere Del Papa di Vicenza assistendo ai progetti dei detenuti tra prosa e il laboratorio di panificazione. “La verità” è andata in scena tra le mura del carcere San Pio X. Uno spettacolo-parodia per raccontare la vita dietro le sbarre. Quattro detenuti-attori, un regista, una pedana come palco, una sedia come unica scenografia, niente trucco né costumi, niente luci né sipario, panche di legno al posto di poltroncine in velluto per il pubblico non pagante. È bastato “poco” per trasformare in teatro una sala della casa circondariale di Vicenza Filippo Del Papa e per fare sì che mezz’ora di spettacolo tenesse fuori la prigione, che a sua volta tiene fuori il resto della vita.

Un paradossale effetto matrioska in cui era il mondo-carcere a rappresentare se stesso attraverso i gesti e le parole di Gino, di Francesco, di Maurizio e di Hicham. I quattro attori, dismessi i panni di detenuti, si sono immaginati direttrice, guardia carceraria, magistrato di sorveglianza, medico, cappellano. Uno scambio di ruoli provato e riprovato ogni settimana, per un anno intero, nel laboratorio teatrale “Il guscio della noce”, progetto biennale finanziato dalla Regione Veneto e condotto da Davide Antonio Pio, operatore della Cooperativa sociale Nova.

Nelle case circondariali raramente ci si ferma, perché si è in attesa di giudizio, di trasferimento, di fine pena. Si arriva, si parte. Ma in una fredda mattina di dicembre si può offrire il frutto del proprio lavoro agli altri reclusi che hanno fatto domanda di assistere alla rappresentazione, agli educatori, alla garante per i detenuti. Uno spettacolo a porte chiuse nel luogo in cui chiavistelli, serrature e barre alle finestre sono la regola. Eppure non sono mancate le risate spontanee, anzi, libere, alle battute che mettevano alla berlina le contraddizioni e i disservizi di un sistema carcerario in affanno.

Perché Vicenza non fa eccezione e il sovraffollamento, con più di 100 detenuti oltre il limite massimo di 276, è un dato ufficiale. “Mi assumo tutta la responsabilità di quanto di inesatto e offensivo potrà essere detto - ha precisato il regista Davide Antonio Pio prima che gli attori calcassero la ribalta -, ma attribuisco a loro tutto il merito per le emozioni che riusciranno a farvi vivere”.

E di emozioni in quella sala ne sono scaturite molte. Tra chi ha assistito e chi ha recitato. Sono spariti i ruoli e sono rimaste le persone. “Ringraziamo chi ci ha dato la possibilità di esprimere ciò che pensiamo in forma educata e rispettosa”, ha detto dopo gli applausi il più loquace degli attori, un barese in attesa di braccialetto elettronico e di trasferimento agli arresti domiciliari.

Assistere a una rappresentazione teatrale comporta l’abbattimento di quella quarta parete che quando si tratta di persone che hanno commesso reati diventa forse meno immediato e scontato. Soprattutto se chi da fuori, per arrivare alla sala, ha attraversato controlli, è stato costretto a lasciare i propri effetti in un armadietto, smartwatch e sciarpa compresi, è stato scortato lungo corridoi di cemento grigio intervallati da sbarre azzurre come il cielo che è impossibile intravvedere.

L’infinita liturgia di aperture e chiusure di porte è un clangore di chiavistelli difficile da dimenticare. Come il suono pesante dello sportello metallico attraverso il quale i “visitatori” devono inserire la carta d’identità in cambio di un lasciapassare da appendere al collo. Fragile immunità che catapulta in un mondo nel quale il tempo svanisce, fino a quando gli agenti di custodia ricordano ai detenuti che lo spettacolo è finito e si deve tornare in cella perché è orario di chiusura porta.

Cala il sipario sulla matinée. I pochi spettatori venuti dal mondo esterno si avviano all’uscita. È giornata di colloqui, ritireranno la carta d’identità assieme a parenti e avvocati che hanno terminato la visita. Possono tornare al mondo di fuori, ma prima fanno tappa nei locali di “Libere golosità”, laboratorio di panificazione e pasticceria che la cooperativa Gabbiano 2.0 ha attivato all’interno del carcere. Il profumo intenso dei panettoni, pronti per essere venduti, ne rivela la vicinanza. Il forno dà lavoro a 12 detenuti tramite contratto la cui durata coincide con il fine pena. Il primo dolce prodotto è stato chiamato “La domandina”, come quelle che i reclusi scrivono sui pezzi di carta e consegnano alle guardie quando devono rivolgere richieste alla direzione. L’ultimo sguardo è verso la garitta che separa il carcere dal mondo di fuori e sulla cui facciata è scritto: “Altrove il frutto dell’albero cresce senza alcun controllo”.