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di Simona Lorenzetti

Corriere della Sera, 3 ottobre 2025

Prima class action in Italia contro TikTok e Meta. Il Moige, insieme a un pool di esperti e avvocati, da Torino porta in tribunale Meta e TikTok chiedendo di tutelare i minori dagli effetti nocivi dei social: vietare l’accesso under 14, stop agli algoritmi che creano dipendenza. “Non possiamo aspettare la prossima tragedia per intervenire. Proteggere i nostri figli è un dovere. Questa non è solo una battaglia legale, è una battaglia di civiltà”. Parte da questa riflessione la scelta di Moige (Movimento italiano genitori Aps) di avviare, con la collaborazione e assistenza dello studio legale torinese Ambrosio & Commodo, una class action - la prima in Italia - contro Meta (Facebook e Instagram) e TikTok: in sostanza, si tratta di un’azione inibitoria che punta a proteggere i minori dai danni cerebrali e psicologici derivanti dall’uso smodato dei social.

Il ricorso - Il ricorso è stato depositato al Tribunale delle Imprese di Milano, competente per materia. “Chiediamo di fermare pratiche illegali e pericolose - spiega Antonio Affinita, presidente di Moige. Ad oggi non ci sono tutele per i minori che usano i social e di danni ne sono già stati fatti”. 

Divieto sotto i 14 anni - Il cuore dell’azione legale si sviluppa in tre macro-aree: il rispetto dell’obbligo di verifica dell’età e del divieto di accesso ai social per i minori di 14 anni; l’eliminazione dei sistemi che creano dipendenza dalle piattaforme, in particolare la manipolazione algoritmica e lo scroll infinito dei contenuti perché questi meccanismi - definiti dalla letteratura scientifica “tecnologia persuasiva” o “captologia” - rappresentano un ramo della scienza che esplora l’intersezione tra informatica e persuasione, realizzando sistemi informatici progettati per modificare atteggiamenti e comportamenti senza apparente coercizione; l’obbligo di una corretta, chiara e diffusa informazione sui pericoli derivanti dall’abuso dei social (al pari di ciò che avviene per il fumo o il gioco d’azzardo).

Base per un’azione risarcitoria - “Il nostro ricorso vuole l’applicazione della norma, non si chiede di legiferare nuove leggi - sottolinea l’avvocato Stefano Commodo -. I social non sono baby-sitter. Puntiamo a difendere i minori e i più fragili dal loro utilizzo eccessivo e a creare buona informazione sui rischi che derivano dall’abuso delle piattaforme”. Insiste il legale: “Questo ricorso vuole dare voce ai genitori che vedono i propri figli perdere la loro gioventù e la loro spontaneità dietro a uno smartphone e creare le basi per un’azione risarcitoria di massa per le tante drammatiche vicende che spesso vengono riportate dalle cronache quotidiane”. Gli studi confermano che l’uso eccessivo può provocare ansia, depressione e isolamento sociale. E persino danni permanenti alla salute mentale degli adolescenti.

Due anni di lavoro - La class action arriva dopo due anni di lavoro che ha visto sul campo una squadra multidisciplinare: gli avvocati Stefano Commodo, Stefano Bertone, Fabrizio Lala e Daniele Lonardo - che coordinano l’azione legale - la psicoterapeuta Marta Caciotto (docente all’Università Guglielmo Marconi di Roma e componente dell’Osservatorio sulle dipendenze), Stefano Faraoni (assistent professor in law all’Università di Birmingham) e Tonino Cantelmi (professore di cyberpsicologia all’Università di Roma) che hanno fornito il supporto scientifico. L’iniziativa, oltre che da Moige, è proposta anche da alcune famiglie in rappresentanza dei tanti genitori che vivono questo genere di difficoltà. La prima udienza è fissata il 12 febbraio 2026.