di Raphael Zanotti
La Stampa, 3 novembre 2026
Il docente di cybersecurity Stefano Zanero: “Dobbiamo anche tutelare la privacy”. “Pensare di vietare i social ai minori con una legge è utopistico. Anzi, potrebbe essere dannoso non solo per i ragazzi ma per tutti noi”. Stefano Zanero, ordinario di cybersicurezza al Politecnico di Milano, è tra i 405 ricercatori di 30 Paesi che il 2 marzo scorso hanno firmato l’appello internazionale “Joint statement of security and privacy scientists and researchers on Age Assurance”, lettera che chiede una moratoria sulle verifiche generalizzate dell’età. Ha accettato di commentare la nostra inchiesta, pubblicata ieri da La Stampa, che ha documentato il mercato di account Instagram, TikTok e Facebook “vecchi” o “adulti” che potrebbero essere acquistati da minorenni per eludere un’eventuale legge italiana.
Professore, lei pensa che una legge contro l’accesso dei minori ai social rischi di creare un mercato per aggirarla?
“Un rischio ampiamente prevedibile. Lo abbiamo visto nella storia dell’uomo tutte le volte che si è cercato di proibire qualcosa, dall’alcol ai film proibiti. Inoltre questo metterebbe dei minorenni a diretto contatto con mercati borderline, opachi, magari gestiti da persone non proprio perbene”.
Ma proteggere i minori da pornografia, violenza e radicalizzazione non è un dovere?
“Certo. La finalità è condivisibile. Noi addetti ai lavori contestiamo il mezzo, non l’obiettivo. Vietare l’accesso in base all’età non equivale a proteggere davvero i ragazzi”.
Perché non funziona?
“Anzitutto sono spesso leggi nazionali. Basta cambiare Paese o usare una Vpn per trovarsi in un’altra legislazione. Inoltre, come ha dimostrato la vostra inchiesta, acquistare un profilo “da adulto” è molto facile. Ci sono Paesi in cui è più facile, la Cina controlla il proprio ecosistema digitale, ma è ovviamente un modello non adottabile dalle democrazie occidentali”.
Si potrebbe rendere obbligatoria una verifica dell’identità per tutti...
“E qui arriva un secondo problema: come la facciamo? Stefano Longari, un ricercatore bravissimo, ha pubblicato di recente un articolo accademico in cui ha studiato diversi sistemi di verifica dell’età: molti sono eludibili, invasivi per la privacy o implementati male dalle piattaforme. Se è difficile per i grandi operatori, come si può chiedere ai piccoli di adeguarsi alle nuove norme?”.
Non basterebbe dimostrare di avere più di 16 anni senza comunicare le generalità?
“Esistono soluzioni progettate per rivelare solo un attributo ma servono infrastrutture e credenziali affidabili e resta il problema di chi prende in prestito o compra un account già abilitato”.
Quindi per proteggere i minori rischiamo di sorvegliare gli adulti?
“È un altro dei problemi di cui non si tiene conto. Daremmo a piattaforme e intermediari dati finora sottratti alla raccolta indiscriminata. Sarebbe un paradosso nell’Europa del Gdpr”.
È la stessa obiezione che avete rivolto al progetto Chat Control?
“La logica è simile. Per combattere un male reale, gli abusi sui minori, si prospettano controlli che rischiano di compromettere la riservatezza delle comunicazioni di tutti. Non si può scardinare la protezione delle conversazioni cifrate end-to-end con la promessa che così sparirà il problema”.
Ma allora cosa propone al legislatore?
“Di smettere di trattare problemi diversi come se ne esistesse uno solo. Pornografia, bullismo e radicalizzazione sono fenomeni diversi. Ogni rischio richiede strumenti specifici. Un divieto unico è più facile da annunciare che da far funzionare”.
Le famiglie non possono essere lasciate sole...
“Infatti più utili di una legge sarebbero educazione digitale, scuola e responsabilità dei genitori. È più lento di un divieto ma il tecnosoluzionismo è una scorciatoia; questi non sono problemi nati dalla tecnologia”.
E la dipendenza da social?
“Su questo nodo bisognerebbe intervenire davvero perché riguarda anche gli adulti. Le piattaforme sono progettate per sollecitarci continuamente, con meccanismi che ci spingono a tornare e restare connessi. Perché non intervenire lì?”.
Un quattordicenne senza Instagram, però, non rischia di essere escluso?
“Dobbiamo capire che Instagram e TikTok non sono solo passatempi: sono luoghi della socializzazione contemporanea. Vietarli sarebbe come aver proibito, anni fa, ai ragazzi di incontrarsi nei locali o andare ai concerti. E il divieto, sospetto, potrebbe avere l’effetto contrario grazie al gusto del proibito”.









