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di Riccardo Luna

Corriere della Sera, 27 ottobre 2026

Prendere una decisione come quella del divieto proprio a ridosso delle manifestazioni di queste settimane verrebbe scambiata per l’ennesima risposta repressiva. Vietare l’uso dei social network ai bambini - e stabilire un’età minima per gli adolescenti - è necessario. Ma farlo adesso e farlo come reazione alle grandi manifestazioni studentesche - e ai disordini successi in qualche caso - sarebbe sbagliato. Infatti una misura importante a protezione del benessere mentale dei ragazzi, se approvata in questo contesto, verrebbe scambiata per l’ennesima risposta repressiva. Infatti, se passasse la legge all’esame del Parlamento - e che fissa un limite di 15 anni per stare sui social -, un milione di adolescenti sarebbero automaticamente espulsi. Invece del dialogo e dell’ascolto, auspicati dal presidente della Repubblica, un’altra punizione, non per chi ha commesso dei reati, ma per un’intera generazione.

La questione è delicata perché la premessa è che i social network hanno effettivamente causato un danno alla salute mentale degli adolescenti. Ci sono decine di studi scientifici che lo dimostrano; un paio di sentenze di condanna in altrettanti tribunali americani; e un patteggiamento che ha imposto a Meta il pagamento di almeno 10 miliardi di dollari per fermare un maxi processo. Insomma, aver consentito per anni l’accesso ai social a milioni di bambini ne ha fatto degli adolescenti in molti casi problematici. Per cui oggi stabilire un’età minima effettiva per stare sui social; e pretendere che non ci siano contenuti dannosi o pericolosi per gli adolescenti, è sacrosanto.

Sono quattro anni che una proposta di legge bipartisan giace in Parlamento. Ripescarla adesso, come reazione alle manifestazioni studentesche, sarebbe inutile, sbagliato e controproducente. Inutile perché i ragazzi si organizzano usando servizi di messaggistica che sono fuori dal perimetro del divieto. Sbagliato e controproducente perché avrebbe come effetto quello - paradossale - di far schierare un’intera generazione dalla parte delle piattaforme di Silicon Valley, che sarebbero viste come baluardo della libertà di espressione; e di far dimenticare agli adulti le cause del disagio che i ragazzi manifestano. C’è un tempo per vietare e uno per ascoltare: questo deve essere il tempo del dialogo.