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di Alessio Di Francesco

agenparl.eu, 10 maggio 2025

“Il sovraffollamento genera un alto tasso di conflittualità e violenza, con ulteriori problemi all’amministrazione penitenziaria. La situazione delle Rems è intollerabile, vulnus ai principi costituzionali. Il diritto affettività non è solo sesso, ma percorso di reinserimento nella società”. Il vicepresidente della Corte costituzionale, prof. Francesco Viganò , è intervenuto questa mattina al convegno “Analisi e prospettive di riforma del sistema penitenziario italiano” organizzato dal Centro di ricerca interdipartimentale di ricerca sui sistemi sociali e penali (Das) dell’Università Lumsa, un evento di riflessione per la comunità universitaria sul carcere in occasione del cinquantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Legge 354 del 1975 i, che ha riformato in Italia l’ordinamento penitenziario e l’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.

Di seguito un estratto delle sue parole: “Il detenuto è titolare di diritti, non solo di aspettative e di interessi legittimi, ma di veri e propri diritti che non gli sono tolti per effetto della condanna. L’articolo 35 bis riconosce il diritto del detenuto di andare davanti ad un giudice qualora ritenga che i suoi diritti siano stati conculcati durante il trattamento penitenziario”.

“Un carcere che non funziona, è un carcere che non produce sicurezza perché chi viene messo fuori continuerà a commettere reati e a tornare dentro poco dopo, intanto però rendendo la società nel suo complesso più insicura. Io credo che questa non sia solo una grande battaglia di civiltà, una grande battaglia di rispetto per la dignità di tutti coloro che sono colpiti dal sistema penale ma anche una battaglia che serve, che è funzionale agli interessi della collettività nel suo complesso.  Il carcere costa moltissimo e di questo bisogna essere consapevoli.  Dobbiamo tutti insieme sforzarci perché il carcere che costa così tanto sia anche più funzionale, più adeguato rispetto agli scopi indicati dalla Costituzione che coincidono anche con l’idea di assicurare una maggiore tutela delle vittime reali e potenziali dei reati”.

“Sul sovraffollamento la Corte interviene nel 2013 subito dopo la sentenza Torreggiani della Corte Europea dei diritti dell’uomo che aveva rilevato un problema sistemico di sovraffollamento nel nostro ordinamento e aveva concesso di fatto un anno di tempo al legislatore per intervenire.  Il legislatore e il governo assieme sono intervenuti in quell’occasione e hanno ottenuto una significativa riduzione del numero dei detenuti che purtroppo ora sta nuovamente salendo. Il sovraffollamento, dice la Corte nel 2013, è un problema che si traduce anzitutto in una violazione dei diritti fondamentali del detenuto che è sottoposto a quello che la Corte Europea definisce un trattamento inumano e degradante in violazione dell’articolo 3 della Convenzione che peraltro pregiudica in maniera radicale le possibilità di un trattamento rieducativo nel senso indicato dall’articolo 27 terzo comma della Costituzione. È una situazione che genera un elevato tasso di violenza e di conflittualità tra i detenuti ristretti in uno spazio troppo piccolo ed è un problema, questo bisogna dirlo forte, enorme per la stessa amministrazione penitenziaria che, già in gravissima carenza di organico, si trova a gestire queste situazioni di esasperata conflittualità di persone che si trovano ristrette in spazi troppo piccoli”.

“Le Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) sono in grado di ospitare oggi un po’ più di 600 persone, ma ce ne sono altrettante in lista d’attesa, questo rappresenta un problema enorme per coloro che hanno commesso reati e che hanno problemi mentali. Chi non riesce ad essere collocato in una Rems non riceve le cure necessarie per affrontare le proprie patologie mentali. Stiamo parlando di persone che sono di fatto abbandonate a sé stesse se i presidi sanitari locali non riescono a trattarle perché queste persone non si recano costantemente a ricevere le cure che sarebbero necessarie. Così la società è esposta ai pericoli di persone che spesso sono aggressive e hanno quindi una propensione a commettere reati creando nuove vittime. Questa situazione è semplicemente intollerabile, rappresenta un vulnus in maniera tecnica ai principi costituzionali che esige una risposta immediata da parte dell’ordinamento”.

“Il ‘diritto all’affettività’ non è e non deve essere inteso riduttivamente come un diritto al sesso dei detenuti, non si tratta semplicemente di attività sessuale, fermo restando che il sesso, lo sappiamo tutti, è una componente importante per la nostra personalità, ma qui si tratta di garantire un diritto all’affettività che è innanzitutto diritto a coltivare e a mantenere in vita delle relazioni affettive anzitutto con le persone più vicine, con le persone cui si hanno dei legami più forti: con i partner ma anche con i figli, con i bambini in spazi protetti che sono a loro volta fondamentali. Perché il processo di risocializzazione non può che partire da quella micro-comunità che è rappresentata dalla famiglia, se il carcere distrugge gli affetti familiari, se procura rotture e separazioni, come volete che si possa impostare un percorso di reingresso, di reinserimento graduale del detenuto nella comunità?”.