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di Ilaria Carra

 

La Repubblica, 19 luglio 2019

 

L'ultimo noir milanese si chiude in una cella del carcere di Vigevano. L'insofferenza al posto, la malattia, una t-shirt come cappio al collo, l'ennesimo tentativo di farla finita che stavolta è senza ritorno. È morto in galera Tonino Benfante, 55 anni, nome di battaglia "Palermo" dalla sua città natale: era il killer dei fratelli Tatone e dell'autista di uno dei due che nulla c'entrava ma era nel posto sbagliato e andava eliminato.

Tre omicidi in quattro giorni nell'ottobre 2013 per riprendersi il controllo dello spaccio a Quarto Oggiaro e per regolare vecchi conti che sembravano chiusi e invece no. "Palermo" era stato arrestato il 1° dicembre 2013, a poco più di un mese dagli omicidi commessi a fine ottobre dello stesso anno. Cinque settimane di piombo, terrore, omertà. Benfante, con quella famiglia che all'inizio dei Novanta spacciava coi nemici, coi Batti-Flachi poi vinti col piombo, ce l'aveva da tempo. Lui stava con i fratelli Crisafulli, e l'eroina a Quarto Oggiaro era cosa loro.

A incancrenire i rapporti, un ricordo che "Palermo" si portava dietro dal 1992, da quella detenzione comune a San Vittore "quando Emanuele - è la compagna di Benfante che racconta, nel verbale chiave di questa vicenda - gli aveva messo lamette da barba nel cuscino per ferirlo".

Vecchie storie, pensavano i Tatone. E lo riteneva anche la madre Rosa, "Nonna eroina", che dall'estate 2013 l'antico nemico lo aveva riaccettato in casa, in via Sabatino Lopez 8. E invece "Palermo", appena uscito dopo anni di carcere e in affidamento in prova ai servizi sociali, non aveva dimenticato.

E soprattutto voleva prendersi la piazza di Quarto Oggiaro, labirinto di casermoni nella periferia Nord, bande cresciute tra i binari delle ferrovie e balconi a un metro dall'asfalto dove in quegli anni si sparava facile. Così il 27 ottobre dà appuntamento al bar della piazzetta a Emanuele, che arriva con l'amico che gli fa da autista, Paolo Simone, li attira poi agli orti di via Vialba e spara. Un'esecuzione in piena regola. Tre giorni dopo, il 30, alla sera tocca all'altro fratello, Pasquale, crivellato di colpi per la strada in via Pascarella.

"Li ho fatti venire all'orto. Ho sparato prima ad Emanuele, di quell'altro mi dispiace". Tre giorni dopo: "L' aveva capito lui, che ero stato io ad ammazzare Emanuele". Le sue parole, pronunciate in casa e raccontate alla polizia dalla terrorizzata compagna, lo inchioderanno. Assieme alle immagini delle telecamere, ai tabulati telefonici e alle intercettazioni della gente del quartiere che sapeva ma con gli investigatori non verbalizzava.

Benfante, malato di Parkinson, aveva già provato ad ammazzarsi in cella. "Ha tentato di suicidarsi quattro volte in tre giorni. Ha provato a bruciare la cella e ha accoltellato un detenuto. Evidentemente qualcosa non ha funzionato nel regime di controlli del carcere che non ne ha disposto il piantonamento" denuncia il suo legale, Ermanno Gorpia. L'ultima volta la maglia si è spezzata, "Palermo" ha picchiato violentemente la testa. E undici giorni dopo, ieri, è morto.