di Valeria Vignale
Grazia, 4 marzo 2021
Teresa è stata condannata per un grave reato e ha scontato la sua pena con delle donne di mafia. Ma è anche tra le protagoniste di uno spettacolo teatrale sul dolore nascosto di queste detenute. "Riviviamo ogni giorno lo stesso lutto", dice a Grazia. "E cioè: aver lasciato soli i nostri ragazzi"
Prove teatrali nel reparto di Alta Sicurezza femminile del carcere di Vigevano.
Teresa inizia il suo monologo. Racconta in prima persona la storia di un'altra detenuta che ha perso un figlio ed è stata colpevolizzata dai famigliari. A un certo punto si ferma: "Non mi ricordo più niente, neppure come finisce... Mi si è bloccata la mente".
E il drammaturgo Mimmo Sorrentino le risponde: "Lo sai perché è difficile per te ricordare queste parole? Perché fanno male. Perché voi, qui dentro, rivivete lo stesso lutto ogni giorno: ogni madre si sente responsabile per aver lasciato i figli lontani". È una delle scene iniziali di Cattività, il documentario di Bruno Oliviero che segue il percorso di Sorrentino, autore e teorico del teatro partecipato, nell'ambito del progetto Educarsi alla libertà (dal 12 marzo su Chili, CG Digital e iTunes, successivamente su altre piattaforme).
Una dozzina di donne, in carcere per reati associativi spesso legati a mafia, camorra e 'ndrangheta, hanno raccontato al drammaturgo la loro vita e, dopo che lui ne ha tratto un testo teatrale, hanno interpretato ognuna la storia di un'altra. Specchiandosi, hanno elaborato episodi di violenza e sofferenze iniziate nell'infanzia o molti anni prima, spesso con padri e mariti sposati alla malavita. Ne è nato uno spettacolo corale che, grazie a permessi speciali e alla scorta, hanno portato in teatri e scuole, a cominciare dall'Università Statale di Milano dove Nando Dalla Chiesa insegna Sociologia e metodi di educazione alla legalità. Uno studente chiede: "Avreste potuto avere una vita alternativa, con biografie come le vostre?".
Difficilissimo, risponde una di loro. Ma tra prove ed esibizioni, confronti con il gruppo e con il regista, le si vede passare attraverso un cambiamento profondo. "Fare teatro mi ha dato un grande sostegno e mi ha fatto crescere", racconta Teresa Napolitano, 45 anni, che nel 2020 è tornata dai suoi tre figli a Napoli dopo aver scontato una condanna a nove anni per traffico di stupefacenti (di cui sei alla Casa di reclusione di Vigevano). "Non può certo mancarmi il carcere, ma alcune compagne sì. Sono stata fortunata, ho conosciuto tante persone squisite. Belle dentro". Belle dentro, doppio senso involontario perfetto per la loro storia.
Come è iniziata la sua esperienza teatrale?
"Sono arrivata a Vigevano nel 2014 e dopo pochi mesi gli educatori mi hanno proposto il progetto di Mimmo Sorrentino. Ero curiosa ma essendo timida inizialmente non volevo partecipare, è stata una compagna a incoraggiarmi. Facevo fatica a esprimermi e avevo così vergogna che ho detto a Mimmo: "Posso dire solo poche parole". Invece poi, a poco a poco, mi sono sciolta. Lui è così generoso e umile, e lo senti così vicino nei momenti di sconforto, che ti viene naturale parlarci e aprirti completamente. Con il tempo sono riuscita anche a imparare un intero monologo".
È stato terapeutico?
"Direi di sì. Ed è terapeutico scambiarsi le storie sul palcoscenico: vedi un'altra persona che racconta la tua, ne diventi spettatrice e la accetti. Quando poi ho raccontato al pubblico quella di una compagna, mi ci sono calata dentro e immedesimata totalmente, ne parlavo davvero come se fosse la mia. È stato un modo per conoscere le altre, sentirci unite, stare dentro la sofferenza con loro sapendo che anche loro sono con te".
Perché era difficile, all'inizio, ricordare le parole del monologo?
"Perché era la vicenda di una detenuta che ha perso un figlio, come me. Io ero rimasta incinta a 18 anni di una bambina, ma all'ottavo mese ho avuto una gestosi, la piccola ha avuto un infarto e anch'io ho rischiato di morire. È stata durissima. Ma il monologo era tosto anche per un altro motivo: in quel momento soffrivo per i figli che crescevano lontano da me. Ne ho avuti tre, dopo aver perso la prima, e sono diventata pure nonna mentre scontavo la pena: due femmine di 23 e 18 anni, la prima con un figlio di 6 anni, e un maschio di 16. L'ho lasciato che era un bambino, l'ho ritrovato alto un metro e 80".
Non l'aveva più rivisto?
"Solo in foto, e non le dico che colpo era guardarle quando mi arrivavano. Quando ci consegnavano la posta avevo il batticuore perché non aspettavo altro che le loro lettere, visto che non potevano venire da Napoli a farmi visita. Ci sentivamo al telefono una volta alla settimana: avevo dieci minuti per parlare con tutti. Mi sono sempre battuta per veder riconosciuta la mia innocenza (è stata condannata per traffico di droga, ndr), appartengo a una famiglia lontanissima dalla vita di strada ma con i ragazzi mi sentivo comunque in colpa. Loro mi hanno sempre tranquillizzato, mi raccontavano le loro giornate. Sono stati i miei genitori e i miei suoceri a seguirli: mio marito è ancora in carcere. Quando ci siamo sposati avevo 21 anni e lavorava in un'impresa di pulizie, ma una decina di anni dopo ha iniziato a frequentare un brutto giro".
I ragazzi l'hanno vista recitare?
"Sì, in un video. Si sono commossi, mi hanno detto: "Sei forte, sei la nostra regina". Mi ha aiutata molto ad andare avanti".
Com'è stato portare lo spettacolo fuori dal carcere?
"La prima volta, alla Statale di Milano, ci sentivamo come delle star: ci avevamo messo tanto impegno e ci hanno accolto tutti così calorosamente. Eravamo eccitate come ragazzine alla loro prima festa. Ma soprattutto il teatro, in questi anni, mi ha distolto da altri pensieri e mi ha aiutato a crescere: oggi mi sento più sicura. Ogni istante di quell'esperienza è stato prezioso".
Quando è tornata a casa?
"Esattamente un anno fa, in febbraio. Sono partita in treno ma, ci crede? Non ricordo nulla del viaggio, solo la grande emozione di riabbracciare i ragazzi. In questi anni mi sono chiesta spesso per che cosa vivo e la risposta è stata sempre: "per i figli". Ho un legame quasi morboso con loro, come se non avessero mai tagliato il cordone ombelicale".
Che cosa desidera ora per il suo futuro?
"Cose semplici, lavorare e vivere serenamente. Per il momento mi arrangio facendo le pulizie. In carcere avevo fatto anche la cuoca. Il teatro? Mi piacerebbe continuare ma qui non saprei come".











