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di Mauro Palma*

 

Il Domani, 1 ottobre 2020

 

La vicenda che si è consumata il 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è al vaglio della magistratura. La procura sta acquisendo gli atti, ascoltando i testimoni, raccogliendo le informazioni e gli elementi di prova. È suo il compìto di fare luce su fatti e responsabilità.

Fino in fondo. E siamo certi lo stia facendo. Perché la gravità di quanto ci veniva via via riportato, di ciò che stava accadendo oltre quel muro - e che ora i video aiuteranno a ricostruire - è apparsa chiara fin da subito.

L'intervento immediato della magistratura di sorveglianza con il sopralluogo notturno, con la raccolta di dichiarazioni e documenti - anche video - e con la possibilità di una percezione a caldo della tensione ancora viva in quei corridoi consente a chi indaga di disporre di un'ampia base di informazioni "genuine".

Non come è accaduto altre volte, in cui l'esito dell'indagine è stato viziato dal tempo trascorso e dal materiale visivo non più disponibile. Per questo il garante nazionale ha deciso di incontrare già nella settimana successiva ai fatti i magistrati di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, per testimoniare il proprio appoggio e mettere a disposizione le informazioni ricevute, dense di racconti di chi aveva avuto occasione di contattare i propri congiunti ristretti in quel carcere. I fatti di Santa Maria si inseriscono indubbiamente in un clima di tensione che amplifica una modalità rabbiosa vissuta anche all'esterno e resa ancora più evidente entro le mura della restrizione.

Non mancano - è vero - episodi di aggressione agli operatori, ma colpisce l'emergere di comportamenti di singoli o gruppetti che pur dovendo agire in nome dello stato, quali tutori sia dell'ordinato svolgersi dell'esecuzione penale, sia della scrupolosa tutela delle persone loro affidate, interpretano invece il proprio compito come titolari di un'abusiva potestà punitiva. Si immaginano presunti interpreti dell'opinione pubblica e quindi credono che sia la legittimazione consensuale a definire la loro funzione.

Non è un caso isolato - Emergono fatti gravi in procedimenti a Torino, Viterbo, San Gimignano, Napoli, solo per citarne alcuni direttamente denunciati dal garante nazionale o nei quali si è presentato come persona offesa per poter seguire da vicino il loro svolgersi e opporsi a possibili troppo rapide archiviazioni. Anche perché il reato contestato è in taluni casi quello di tortura e il garante ha il compito di prevenirla, proprio a partire dall'evitare che la non appropriata reazione penale e disciplinare a tali comportamenti, qualora accertati, invii un messaggio di sostanziale impunità.

Non sarebbe cosa nuova, tale messaggio, ma rivelata ormai la sostanziale debolezza della logica delle singole "mele marce", senza alcuna riflessione sulle culture soggiacenti a tali comportamenti, emerge la necessità di un investimento molto maggiore su una formazione continua e non simulacro di una adesione a principi di rispetto della persona anche privata della libertà. L'implicita fiducia nella copertura per l'appartenenza a un insieme coeso e autoriflessivo, in grado di garantire opacità è evidente nel non timore delle stesse riprese video, che troppo spesso ci restituiscono comportamenti che non corrispondono alla generale professionalità e democraticità delle diverse forze di polizia e che gettano su di esse l'ombra del disvalore.

Eppure, qua e là ritornano e interrogano tutti noi su quanto ci sia ancora da fare. È in questa prospettiva che Il garante nazionale a luglio ha incontrato i vertici delle diverse forze di polizia per esprimere la propria preoccupazione per una serie di gravi fatti accaduti e per condividere azioni comuni nell'ottica della costruzione di una cultura dei diritti degli operatori capace di dare corpo e sostanza a un agire rispettoso dei principi della Costituzione, anche in condizioni difficili. Ma nessuno è esonerato dal contribuire a questa azione, perché quello che avviene all'interno dei luoghi dove la libertà è privata e gli sguardi sono meno presenti, è il riflesso di ciò che è fuori. Dove troppo spesso si urla.

*Garante nazionale dei detenuti