di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 25 novembre 2022
Dall’inizio del 2022 le vittime sono 88, circa 2mila gli orfani dei femminicidi. La senatrice Valeria Valente: “I braccialetti ci sono, ma il meccanismo richiede la capacità del giudice di leggere la pericolosità del soggetto e di credere alle denunce delle donne”.
Le ombre e le luci. I successi, ma anche, purtroppo, i numeri del lutto. Le donne continuano a morire, uccise dai loro mariti, compagni, ex, fidanzati, a volte padri o fratelli, addirittura figli. Il femminicidio è questo: morire per mano di chi in teoria dovrebbe volerti bene, in famiglia, in un matrimonio, in una relazione. La statistica sì, cala lievemente, però il sangue delle donne uccise, 88 nei primi undici mesi del 2022, ci ricorda che siamo di fronte a una strage incessante che causa una catena di lutti che si protraggono per generazioni, pensate ai duemila orfani di femminicidio.
Cosa funziona dunque e cosa non funziona tra le tante leggi messe in campo, nella battaglia sul territorio e nei tribunali per fermare e punire gli assassini delle donne? Insieme a Valeria Valente, senatrice del Pd, ex presidente della commissione d’indagine del Senato sul femminicidio, abbiamo provato a capire le ombre e le luci di questa battaglia. Partendo da un dato: “Senza specializzazione della magistratura e delle forze dell’ordine sulla violenza contro le donne, la strage continuerà”.
Il Codice rosso - Approvato il 19 luglio 2019, ha rappresentato per certi versi una “rivoluzione” nella presa in carico delle donne che denunciano da parte del sistema giudiziario. Prevede, sintetizzando, che entro tre giorni la vittima di violenza venga ascoltata dal giudice. Spiega Valente: “Vuol dire, ed è meritorio, che gli uffici giudiziari non possono più lasciare le denunce abbandonate nei cassetti. Ma non basta. Perché se poi quella denuncia finisce in mani non specializzate, di chi la violenza non sa leggerla e magari la sottovaluta, non ha formazione specifica, applica ancora quegli stereotipi che portano a non credere alle donne, la velocità di questa presa in carico è di fatto vanificata”.
Il problema non è quindi l’ingolfamento di denunce, ma la certezza di capirle. E c’è una ulteriore criticità. Nella legge di riforma del processo penale è stata inserita finalmente la norma che prevede l’arresto in flagranza per chi viola i divieti di avvicinamento. “Però le attuali pene correlate ai reati che compie chi viola quel divieto sono al di sotto della soglia che permette ai giudici di trattenere i violenti in carcere”. Infine, il tema dei fondi: “Il Codice rosso è una legge che nasce senza finanziamenti. E questa nella lotta alla violenza di genere è davvero un’ombra pesante”.
Il braccialetto elettronico - “Oggi i braccialetti ci sono, non è vero che non siano disponibili. E sono utilissimi. Dov’è l’elemento critico? Nella possibilità di applicarli”, chiarisce Valeria Valente, che con la commissione d’inchiesta sul femminicidio ha fatto un lavoro d’indagine mai realizzato prima sulla strage delle donne. “È il meccanismo di applicazione del braccialetto ad essere così complicato da renderne difficile un uso massiccio. Richiede una capacità del giudice di leggere la pericolosità del soggetto e di credere alle denunce delle donne. Nella scorsa legislatura, il disegno di legge delle ministre Cartabia, Bonetti, Carfagna, Lamorgese, Stefani e Gelmini aveva previsto una semplificazione delle norme, ma quel ddl non è stato poi approvato. Ecco perché i braccialetti elettronici sono così pochi”.
Ammonimenti e centri recupero - “Sono una misura che funziona, se seguita da un periodo di vera riabilitazione in un centro per uomini maltrattanti” dice Valeria Valente. Secondo la Direzione anticrimine della polizia, la lieve flessione dei femminicidi va correlata “con l’aumento degli ammonimenti da parte dei questori”. Su indicazione della vittima, il violento viene chiamato dal questore, “ammonito” e indirizzato verso un centro di recupero. “È una misura che funziona nel 30% dei casi. È qualcosa. Il problema è: chi riesce a stabilire, davvero, quando un uomo non è più pericoloso? O quanto deve durare il suo percorso? C’è chi ha bisogno di sei mesi, chi di sei anni, chi deve continuare a frequentarli sempre. In questo caso, ciò che manca è il monitoraggio”.
Il reddito di libertà - Per uscire dal circuito della violenza, dopo essere rinate nelle case rifugio, le donne hanno bisogno di lavoro, casa, stabilità. Per questo è nato il Reddito di libertà, finanziato oggi con 15 milioni di euro. Ossia quattrocento euro al mese per provare a farcela da sole. Arduo davvero e destinato di fatto a pochissime donne. “Secondo i nostri calcoli, di milioni ce ne vorrebbero 40. Con questi fondi è soltanto una misura di emergenza. Bisogna attuare percorsi di lavoro per le vittime di violenza, alloggi a prezzi umani. Soltato così le donne possono ritrovare la loro libertà”.










