di Silvia Madiotto
Corriere del Veneto, 21 dicembre 2023
L’emergenza, le norme e un equilibrio difficile da mantenere Esperti a confronto dal braccialetto elettronico alla formazione. La domanda non è retorica. Se la stanno ponendo tutti il giorno dopo il brutale omicidio di Vanessa Ballan. Poteva essere salvata? Perché il codice rosso non ha funzionato? Perché la denuncia non ha tenuto lontano da lei lo stalker che poi l’ha uccisa? Lo chiede il senatore del Pd Andrea Martella: “È necessario non sottovalutare i segnali di allarme, dare credito alle donne che denunciano e ricorrere meglio alle misure cautelari e al braccialetto elettronico”. “Dobbiamo accertare cosa non ha funzionato nel sistema a tutela delle donne e se, nonostante la denuncia, vi sia stata una pericolosa sottovalutazione” aggiunge la presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio Martina Semenzato, deputata di Coraggio Italia. Piero Fassino, deputato Pd eletto in Veneto: “La giusta esecrazione non è sufficiente. Le autorità giudiziarie e di polizia spieghino perché non sono state assunte le misure di prevenzione e di allontanamento nei confronti di Bujar Fandaj”. La consigliera dem Vanessa Camani coinvolge la Regione: “Il lutto regionale non basta. Serve istituire un osservatorio sulla violenza di genere. Vanno chiarite le competenze, chi deve agire prima e dopo una denuncia, serve elaborare statistiche, analizzare i contesti. Le forze dell’ordine devono avere strumenti per intervenire. Serve un piano di azione su più livelli”.
Claudia Longhi, portavoce regionale delle Donne democratiche, è avvocatessa e si occupa di violenza sulle donne: “Continuo a imbattermi in vicende in cui le denunce vengono sottovalutate e questo è il primo, grande problema. Ci siamo trovati anche davanti a un prefetto, a Padova, che nega i femminicidi, dicendo che sono poche decine e non oltre un centinaio. Quindi sì, c’è un problema di sottovalutazione”. Si può fare molto di più per salvare vite: “Il procuratore ha poteri di attività istruttoria, ha a disposizione la polizia per le indagini, può fare intercettazioni. Non possono esserci dubbi, gli strumenti ci sono. Non esiste che non ci siano elementi: vuol dire che non sono stati cercati”. Il consiglio di Longhi alle donne è di presentare denuncia assieme a un avvocato: “Sa presentare un documento più efficace, evidenziando le cose più importanti affinché il magistrato proceda. Certo, serve che la persona che registra la denuncia ne comprenda la rilevanza, e qui subentra il tema della specializzazione. Ma senza una formazione continua, che aiuti ad analizzare il contesto e percepire la realtà, essere specializzati non basta. Conoscere a memoria la legge è un conto, capire la violenza di genere, intercettarla e intervenire è altro”. Mentre per Longhi il braccialetto elettronico è una soluzione importante, “consente di avvisare tempestivamente”, per la presidente del centro anti violenza di Treviso, avvocatessa Stella Di Bartolo “è un’arma spuntata”: “Avvisa se vengono violati i 500 metri di distanza, prima che arrivino le forze dell’ordine può succedere di tutto”. Il codice rosso però funziona, dice, “garantisce rapidità di intervento, è una corsia prioritaria per mettere in sicurezza la donna e i minori”. Del codice rosso ha parlato ieri anche il Gip di Venezia Luca Marini: “La nostra risposta alle richieste della Procura va dal giorno alle 48 ore, ma sulla violenza in ambito domestico e sentimentale non possiamo fare noi prevenzione, riguarda la polizia giudiziaria. È anche vero che molti fatti sono imprevedibili”.
E poi c’è il problema dell’organico: “L’ufficio Gip di Venezia ha cinque persone su un organico di 9 rileva Marini - i codici rossi trovano sì risposta ma vanno a intasare il resto del lavoro”. Quindi, il codice viene rispettato, ma manca il personale. Mancano gli strumenti. Lo sa bene Di Bartolo: “Talvolta i tempi di intervento possono non essere compatibili con l’emergenza, come è accaduto nel caso di Giulia Cecchettin, quando i carabinieri erano stati avvertiti ma erano impegnati in altra attività. La tutela più grande per le donne è il carcere della persona violenta, ma non sempre è fattibile, se non vogliamo ragionare solo di pancia”.
Per Bujan, invece, non c’era alcuna misura: né il braccialetto, di cui molti oggi chiedono conto, né il carcere. “Ma non c’erano avvisaglie, le minacce sembravano essersi arrestate... ogni storia è diversa, è difficile prevedere cosa succederà” suggerisce l’avvocatessa. Però si possono dare consigli. Di Bartolo, per prima cosa, ritiene sia giusto rivolgersi a un Cav: “Sia che il comportamento maltrattante o persecutore sia evidente, sia che venga percepito, anche come subdolo segnale di controllo. I centri possono dare tutte le informazioni: si parte con un contatto telefonico, si fissa un incontro che diventa immediato se c’è l’urgenza. La donna viene indirizzata alle forze dell’ordine per la querela e il Pm delega le indagini valutando la necessità di misure cautelari”.
Ne parla Antonino Cappelleri, già procuratore di Vicenza e Padova: “Non potrà mai esistere un sistema che garantisca totale impermeabilità, da sempre sappiamo che la repressione penale non può dare risultati esatti. E ricordiamo anche che, nel caso di un denunciante malintenzionato, agire con immediati divieti prudenziali nei confronti dell querelato diventa un’arma quantomeno di ricatto. La risposta non può essere solo di polizia: serve una ampia convergenza di tanti fenomeni, innanzitutto educativi e culturali, poi di controllo, vigilanza e repressione. Ma gli uni senza gli altri non sono misure sufficienti. Solo insieme possono ridurre il rischio. Mai eliminarlo”.










