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di Viola Giannoli

La Repubblica, 14 luglio 2022

Troppo pochi i consultori: il 60% in meno di quanti ne servirebbero. I dati dell’associazione nazionale D.i.Re: solo il 28% poi denuncia. E l’istituto nazionale di Sanità avvisa: solo 1800 i consultori in Italia. Speranza: “Più risorse per rafforzarli”.

Aumentano le donne accolte nei centri antiviolenza della Rete nazionale D.i.Re. Nell’anno 2021 sono state accolte complessivamente 20.711 donne, con un incremento - rispetto al 2020 - del 3,5%. Di queste 14.565 sono donne “nuove”, cioè persone che prima di allora non si erano rivolte ai centri, oltre mille in più rispetto all’anno prima, con un incremento di contatti nuovi pari all’8,8%.

“Dietro ogni numero che leggete c’è una storia, la storia di ogni singola donna, che crede nella possibilità di uscire dalla violenza, dà fiducia ai nostri centri: l’aumento di donne che a noi si rivolgono lo leggiamo in questa luce”, dice Antonella Veltri, presidente D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza. “Non basta approvare un Piano antiviolenza se mancano le linee guida attuative: siamo in attesa di questo, dell’impegno concreto del governo sul tema della violenza maschile alle donne, per il 2021-2023” continua Veltri.

Chi sono le donne accolte - Ma chi sono le donne che si rivolgono a un centro antiviolenza D.i.Re? Per quanto riguarda l’età, anche nel 2021 quasi la metà (46%) sta tra i 30 e i 49 anni. Pochissime le donne sotto la maggiore età: le percentuali sono costantemente sotto l’1%. Mentre è in lieve aumento, negli ultimi due anni, la percentuale di donne oltre i 60 anni: nel 2021 e nel 2020 sono state l’8% circa contro il 6,6% nel 2019. I centri della Rete accolgono prevalentemente donne italiane (solo il 26% hanno una diversa provenienza). Anche gli autori delle violenze sono prevalentemente italiani (il 27% ha provenienza straniera): un dato che, secondo D.i.Re, “mette in discussione lo stereotipo diffuso che vede il fenomeno della violenza maschile sulle donne ridotto a retaggio di universi culturali situati nell’ ‘altrove’ dei paesi extraeuropei”. Una donna su tre (31,9% tra disoccupate, casalinghe e studentesse), tra quelle accolte, è a reddito zero e solo il 37% (tra occupate e pensionate) può contare su un reddito sicuro. A livello regionale, si rilevano percentuali lievemente più alte in Abruzzo, Puglia, Veneto, Toscana, Valle d’Aosta e Sicilia.

Chi decide di denunciare - Soltanto il 28% delle donne accolte decide di denunciare, percentuale che rimane sostanzialmente costante negli anni. “Questo dato - dice la Rete - non stupisce: la vittimizzazione secondaria da parte delle Istituzioni che entrano in contatto con le donne (servizi sociali, forze dell’ordine, tribunali) continua a frenare l’avvio di un rapporto di fiducia con le donne che intendono rivolgersi alla giustizia”.

I centri antiviolenza - I Centri della Rete sono presenti in tutte le regioni italiane, tranne che nella Regione Molise, ma sono distribuiti non omogeneamente: nell’area del nord si trovano oltre la metà dei centri (58 pari al 55%) divisi non equamente tra Nord-Est e Nord-Ovest; in quella del centro 24 centri (pari al 23%) e tra sud (16) e isole (8) si arriva a 24 centri (pari al 23%). Insieme al numero delle donne accolte, è aumentata anche la risposta che i Centri antiviolenza danno sul territorio: Le organizzazioni della Rete che hanno partecipato all’indagine (81 su 82), attraverso i loro 106 Centri antiviolenza, gestiscono 182 Sportelli antiviolenza con un incremento del 25% rispetto al 2020. Oltre la metà dei Centri (58,5% dei casi) può contare su almeno una struttura di ospitalità (62 in totale), con un’offerta di 185 appartamenti e 1023 posti letto.

Ma cosa si fa nei centri? Le attività sono varie: accoglienza e possibilità di consulenza legale nella quasi totalità dei casi, consulenza psicologica e percorsi di orientamento al lavoro in circa il 90% dei casi. Nella comparazione con il 2020 emerge un incremento per il servizio di orientamento al lavoro, che passa dall’88% al 94% dei centri. Un dato particolarmente significativo se si ripensa ai numeri di coloro che non hanno reddito, come scritto sopra. L’attività dei centri si sostiene per gran parte sul lavoro volontario delle attiviste, di cui solo il 33, 3% è retribuito, anche a causa della scarsità e non strutturalità dei fondi.

I consultori in calo: 60% meno del fabbisogno - Nel frattempo quel che continua a diminuire sono i consultori, altra porta d’accesso fondamentale in caso di maltrattamenti e abusi, ma anche presidio necessario per la salute fisica e psicologica della donna o delle famiglie. In Italia sono 1.800 quelli attivi, uno ogni 32.325 residenti, un numero ben al di sotto di quanto stabilito dalla Legge 34/1996, che ne prevede uno ogni 20.000 abitanti. In pratica, in Italia i consultori sono il 60% in meno di quanti ne servirebbero. E sono diminuiti nel tempo: ce n’era uno ogni 20 mila residenti nel ‘93, uno ogni 28 mila nel 2008. È quanto emerge dall’Indagine nazionale sui consultori familiari 2018-2019 pubblicata dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss).

Dall’indagine emerge che solo 2 Regioni e 1 Provincia autonoma ha un consultorio per un numero medio di residenti compreso entro i 20.000 (Bolzano, Valle d’Aosta e Basilicata), mentre in altre 5 Regioni e una Pa il numero medio è superiore a 40.000 residenti per consiglio familiare, in pratica un bacino di utenza per sede consultoriale doppio rispetto a quanto previsto dal legislatore.

Ma c’è anche un allarme sugli organici: si evidenzia, dice l’indagine, “un generale sottodimensionamento del personale”. Più basso di quanto previsto è anche il numero di ore di presenza delle principali figure professionali previste per rispondere al mandato istituzionale dei consultori. In particolare, rispetto allo standard di riferimento, il valore medio delle ore di lavoro settimanali rilevato dall’indagine è inferiore di 6 ore per la figura del ginecologo, di 11 ore per l’ostetrica, di un’ora per lo psicologo e di 25 ore per l’assistente sociale, con una grande variabilità regionale: si va, per il ginecologo, dalle 5,4 ore settimanali per 20mila residenti nella Pa di Bolzano alle 22,4 ore in Emilia-Romagna, per l’ostetrica la variazione va da 12,4 ore in Liguria a 80 ore nella Pa Trento. Anche la disponibilità di psicologi e assistenti sociali “appare generalmente sottodimensionata e molto variabile”.

Dal rapporto emerge tutta l’importanza dei consultori ma ache la necessità di rafforzarne la presenza sul territorio - dice il ministro della Salute Roberto Speranza - Per questo abbiamo individuato i consultori come asse strategico di investimento del Programma nazionale equità nella salute. Un primo passo che porterà nuove risorse soprattutto nelle aree più deboli”.