di Marika Ikonomu
Il Domani, 16 luglio 2025
In Commissione è stato bocciato l’emendamento sulla prevenzione primaria. Il primo Piano antiviolenza dell’esecutivo Meloni non ha coinvolto i Cav e “non è omogeneo né strutturale”. Un accordo tra maggioranza e opposizioni sul reato di femminicidio è stato trovato in commissione al Senato. Il testo dovrebbe arrivare in aula domani, ma sulla nuova fattispecie le posizioni di chi lavora nel contrasto alla violenza di genere sono diverse. C’è chi considera importante l’introduzione di un reato specifico che spieghi la matrice del delitto - la cultura sessista all’origine - che lo definisca, ne stabilisca l’esistenza per poi porre in atto misure di prevenzione. Secondo altre, invece, è l’ennesimo strumento repressivo del governo Meloni, senza che sia accompagnato da misure preventive. E, dunque, privo di una reale capacità di deterrenza di un fenomeno socio-culturale complesso.
“Il potenziamento delle norme punitive non ha portato alla riduzione dei femminicidi, bisogna intervenire sulle cause strutturali della violenza”, spiega Rossella Silvestre, esperta di politiche di genere di ActionAid. L’emendamento delle opposizioni che mirava a inserire nel disegno di legge un’azione preventiva è stato respinto, confermando “che non si comprende la necessità di intervenire su prevenzione primaria”, dice Silvestre. ActionAid ha contribuito alla sua stesura.
Per prevenzione primaria si intende l’educazione sessuo-affettiva ma non solo. L’unico obiettivo esistente è destinato ai giovani, continua Silvestre, ma le statistiche raccontano che la maggior parte degli autori di violenza ha tra i 30 e i 50 anni. Un intervento solo sulle giovani generazioni porta sì a un cambiamento, tra 20 anni. “E ora? - chiede - Occorre un’azione in tutti i contesti che attraversiamo”. L’emendamento prevedeva un altro passaggio per favorire la prevenzione primaria: un vincolo di finanziamento del 40 per cento, con un aumento delle risorse del piano antiviolenza di 15 milioni di euro. “Un obiettivo di progressivo avvicinamento a buone pratiche come quelle di Spagna e Australia, dove il vincolo è oltre il 50 per cento”, spiega.
A costo zero - C’è però un punto di convergenza tra chi è a favore e chi è contrario al nuovo ddl. Cioè la necessità di intervenire sulle altre “P” previste dalla Convenzione di Istanbul, protezione e prevenzione, e non solo sulla “P” di punizione. Ma il ddl è l’ennesimo provvedimento a costo zero. Sugli altri pilastri della Convenzione, dovrebbe intervenire il “Piano strategico nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. L’ultimo piano, relativo al triennio 2021-2023, è stato varato dal dipartimento per le Pari opportunità (Dpo) guidato da Elena Bonetti durante il governo gialloverde. Da allora è in proroga e si attende il primo piano nazionale del governo Meloni. Esiste una bozza ma non è chiaro quando verrà pubblicato. “Un segnale della mancata interlocuzione”, spiega Francesca Maur, consigliera di Donne in rete contro la violenza (DiRe). Maur racconta come, per l’ennesima volta, non ci sia stato un coinvolgimento dei Centri antiviolenza (Cav). La stessa Convenzione di Istanbul chiede “un’efficace cooperazione” con le associazioni attive nella lotta alla violenza contro le donne.
Il piano nazionale - Questo però non è accaduto e la rete DiRe ha lanciato una mobilitazione “per costruire un argine collettivo alle preoccupanti derive di questo governo”. Il 17 aprile il Dpo ha presentato il quadro operativo 2025-2026 alle organizzazioni “senza, di fatto, coinvolgere i Cav nella sua progettazione”. Il dipartimento, continua Maur, ha chiesto di “inviare suggerimenti scritti, senza la cornice generale su cui riflettere”. Il quadro, spiega, “non ha nulla di operativo”.
Il 4 luglio le organizzazioni hanno poi ricevuto la bozza del piano antiviolenza, con l’invito a fornire pareri entro il 9 luglio. Di mezzo c’era anche un weekend. “Se il governo dice di impegnarsi a riconoscere il lavoro dei Cav, deve funzionare in modo diverso”, dice la consigliera. La bozza del piano restituisce invece “un approccio puntiforme, non organico e non strutturale”. Ed elimina l’obbligo di riferire al parlamento con una relazione annuale con cui si restituiva l’andamento del fenomeno.
Una scelta politica o una mancanza di fondi? Di certo, per studiare un fenomeno così radicato è necessario investire risorse strutturali e omogenee, sulla prevenzione primaria, secondaria e sulla protezione. Basta guardare i finanziamenti ai centri antiviolenza: ciò che è diventato strutturale è il ritardo nell’allocazione delle risorse. “I fondi sono discontinui” e c’è una disparità tra regioni molto virtuose e altri territori in cui mancano Cav.
A questo si aggiunge quello che per Maur è un problema molto grave: “A questi bandi hanno iniziato a presentarsi una serie di realtà senza esperienza nel contrasto alla violenza”. Il rischio è che l’esperienza dei centri antiviolenza venga dispersa e, conclude la consigliera, “politicamente ci sembra un tentativo di neutralizzare l’approccio femminista dei Cav e della Convenzione di Istanbul”.











