di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 10 maggio 2021
La Convenzione di Istanbul, approvata l'11 maggio del 2011, in Italia non ha ancora prodotto i risultati sperati. Leggi dure contro i femminicidi ma pochi investimenti su prevenzione e pari opportunità. Manente: "La Cassazione ha applicato quei principi nella sentenza per Sara Di Pietrantonio".
Poco conosciuta, poco applicata. Disattesa. Eppure così potente da far paura. Alla Turchia ad esempio, che ha deciso di tornare indietro sui diritti delle donne tanto da voler stracciare quel trattato. Alla Polonia, che ha istituito una commissione per boicottarla. A quelle organizzazioni pro-life, semi segrete, transnazionali e integraliste come "Ordo Juris" o "Agenda Europa" che in nome di un ritorno "all'ordine naturale", vagheggiano un mondo di donne unicamente fattrici di bambini e sottomesse. All'Italia stessa, perché nelle aule di giustizia è spesso ignorata, così come nei luoghi della politica che decidono stanziamenti, fondi, strategie.
La Convenzione di Istanbul, primo trattato internazionale contro la violenza sulle donne, compie oggi 10 anni. Era stata firmata l'11 maggio del 2011 a Istanbul (ma la Turchia il 20 marzo scorso ha disconosciuto l'accordo) da 45 paesi, tra cui l'Italia, dove è stata ratificata nel 2013. Ottantuno articoli che affermano un principio semplice e rivoluzionario: la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani. È basata sul "genere" perché colpisce le donne in quando donne. È strutturale e non episodica, in quanto figlia di una cultura radicata di sopraffazione maschile. Un testo da cui dovrebbero discendere, in ogni paese che lo ha ratificato, leggi e politiche di prevenzione dei femminicidi, dei maltrattamenti, delle disuguaglianze di genere.
"Dieci anni dopo, però, dobbiamo dire che in Italia buona parte della convenzione è ancora da attuare", afferma con rammarico Valeria Valente, presidente della commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato. "Delle quattro P attraverso le quali si dovrebbero attuare i principi di Istanbul, prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli e politiche integrate, l'unico vero passo in avanti fatto dal nostro paese è quello della "P" di punizione. Dalla ratifica in poi abbiamo infatti scritto e approvato una serie di leggi fondamentali dal decreto-femminicidio del 2013 al Codice Rosso".
Leggi dure, efficaci, almeno sulla carta, ma non abbastanza dissuasive, visto che dall'inizio dell'anno in Italia sono state già 38 le donne assassinate da mariti, compagni, amanti, ex. Per questo, spiega Valente, dalla commissione sul femminicidio è partita un'indagine proprio sulla applicazione della convenzione. "Protezione: abbiamo una buona rete di centri antiviolenza che lavorano però in condizioni drammatiche, i fondi arrivano con il contagocce, mai sicuri, sempre in affanno. Restano del tutto disattese le ultime due P: la prevenzione e le politiche integrate. Invece è con la cultura che si combattono gli stereotipi che portano alla violenza, nelle scuole, con la raccolta dei dati, la specializzazione di chi entra in contatto con le vittime: giustizia, forze dell'ordine, medici".
Il punto di caduta è questo. La Giustizia. Nei tribunali di primo e secondo grado, denunciano i centri antiviolenza, la Convenzione di Istanbul non viene mai nemmeno citata dai giudici. Per mancanza di conoscenza, per una sottovalutazione del fenomeno. In particolare nella giustizia civile, dove spesso abusi e maltrattamenti vengono derubricati da magistrati, ancora figli di una cultura patriarcale, a conflitti familiari. E le donne subiscono drammatiche ingiustizie che si concretizzano in altrettante ingiuste sottrazioni di figli.
Ci sono casi in cui invece, la Convenzione di Istanbul è stata recepita e applicata in sentenze esemplari. Ed è accaduto quasi sempre da parte della Cassazione. Il verdetto di condanna all'ergastolo di Vincenzo Paduano, ad esempio, vigilante che il 26 maggio del 2016 strangolò e dette fuoco alla sua ex fidanzata Sara Di Pietrantonio, che aveva 22 anni. Braccata nella notte mentre cercava di fuggire, Sara fu lasciata agonizzante per strada mentre Paduano tornò al suo lavoro come se niente fosse.
Ricorda Teresa Manente, avvocata penalista, responsabile legale dell'associazione "Differenza donna" che in quel processo si era costituita parte civile: "Nell'argomentare la condanna all'ergastolo, confermando la corte d'appello, la Cassazione aveva citato non solo lo stalking, ma la radice culturale di quel femminicidio, esattamente come spiega la Convenzione di Istanbul. La sentenza afferma infatti che Paduano avrebbe agito per punire l'insubordinazione della ex fidanzata, da lui considerata di sua proprietà. Una volontà di dominio che nulla ha a che vedere con il sentimento. Una sentenza concettualmente straordinaria, anche se, purtroppo, rara".
Simona Lanzoni, vice presidente della Fondazione Pangea, fa parte del "Grevio", il gruppo di controllo internazionale sull'applicazione della Convenzione. E conferma quanto scritto dal "Grevio" nel 2020 sul nostro paese: "Dieci anni dopo possiamo dire che l'Italia si è data un corpus di norme sempre più severe, ma questo non è sufficiente. Applicare la Convenzione vuol dire investire, con la stessa forza, nella protezione delle vittime, nelle strategie di pari opportunità, sulle radici culturali della violenza".











