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di Fiamma Tinelli

Corriere della Sera, 11 settembre 2026

“Sono i nostri figli, per questo cerchiamo di normalizzarli. Ma i segnali sono tutti lì”. Il linguaggio, i gesti, le oppressioni. Per la giudice Paola Di Nicola Travaglini, le radici dell’abuso appartengono a una cultura diffusa. La prima volta capitò un giorno d’inverno di 30 anni fa, nella Pretura bassa e tozza di Sant’Angelo dei Lombardi. Paola Di Nicola Travaglini, allora giudice da poco, quel giorno aveva l’agenda zeppa di udienze: liti, sfratti, creditori. Quando seppe che in aula c’era un tizio che aveva tirato due sberle alla moglie perché quella non gli aveva preparato la cena, confessa, alzò gli occhi al cielo. Che scocciatura. “Non mi pareva una cosa con cui impegnare il Tribunale”.

Oggi, Di Nicola Travaglini, Consigliera della Corte Suprema di Cassazione, è tra le più grandi esperte italiane di violenza di genere. Prima magistrata italiana a firmarsi come “la giudice” (ed è stata una battaglia), dopo trent’anni di attività giudiziaria ha scritto Era tanto un bravo ragazzo (HarperCollins), un libro in cui mette in fila i meccanismi che portano uomini “normali” a picchiare, abusare, uccidere le donne. E ha aggiunto una lettera aperta ai padri per dare il via a un cambiamento.

Torniamo a quel giorno, trent’anni fa. Che cosa pensò di quell’uomo, della sua reazione verso la moglie che non aveva cucinato?

“Che fosse comprensibile. Un reato, sì, ma comprensibile. E sa perché? Perché era un modello che avevamo vissuto tutti. La nostra generazione, quella dei nostri genitori, quella prima ancora. Papà è tornato dal lavoro, è stanco, abbassate la voce”.

In principio, racconta, fu il capotavola...

“A casa nostra, al posto del nonno non poteva sedere nessuno. Le prime a dirlo erano la nonna, la mamma. Donne che avevano introiettato un modello. Lui può, tu no. Noi, no. È tutto qui. Ed è tantissimo: è il controllo, è il comando, è l’autorità. Si dirà: i tempi sono cambiati. No. È ancora così in gran parte delle famiglie italiane, glielo assicuro”.

Perché continuiamo a stupirci quando un uomo che pare “normale” diventa violento?

“Perché ignoriamo i segnali d’allarme. Ricordo un insegnante progressista, sui 40 anni, che picchiava e umiliava la moglie. Quando lo arrestammo ripeteva: “Non capisco perché sono qui”. Aveva sfondato una porta davanti ai figli, aveva preso a calci la moglie. Ma per lui era normale, era lei che disubbidiva. La giustizia arriva troppo tardi, veniamo chiamati in causa quando c’è un corpo sull’asfalto. Il problema non è stabilire una pena. È scardinare le cause. E le cause sono culturali”.

La discriminazione, scrive, è la radice dell’abuso. In che senso?

“Nel senso che perpetua la gabbia dei ruoli. Le donne sono abituate a rinunciare: a una posizione di lavoro, ad avere degli hobby, a fare musica. Finiscono per considerarlo normale. Ma se io la discriminazione non la vedo, la normalizzo, non avverto nemmeno i segnali dell’abuso”.

Lei, contro la discriminazione si è battuta...

“Anni fa, in Cassazione, anziché “Consigliere”, cominciai a firmarmi “la Consigliera estensora”. Non chiesi il permesso a nessuno: era un mio diritto. E sa da chi arrivarono le maggiori resistenze? Dalle donne. Per secoli, in magistratura, l’autorevolezza è stata declinata al maschile. Abbiamo talmente naturalizzato la differenza di potere tra uomini e donne che neanche la vediamo”.

Da dove nasce la violenza?

“Dalla paura di perdere il controllo. Spesso basta una minima forma di autonomia: una donna che mette uno smalto più acceso, indossa dei pantaloni bianchi, ride con un’amica. Gesti minuscoli”.

Due anni fa, a Piacenza, un ragazzino di 15 anni ha buttato giù dal 7° piano l’ex fidanzatina di 13 che l’aveva lasciato. Il modello di potere resta lo stesso anche per i giovanissimi...

“Sì, e hanno nuove forme di controllo. Il 28% dei teenager maschi considera un gesto d’affetto la condivisione della password dei social, il 25% trova del tutto normale la geolocalizzazione della fidanzata. Sembra amore, è possesso”.

Sui media, dopo un femminicidio, scatta la ricerca della “normalità” del violento. Perché?

“Perché gli uomini violenti sono i nostri figli, i nostri fratelli. Accettare che la violenza sia agita dall’uomo comune costringerebbe la società, e gli uomini in particolare, a guardarsi allo specchio. E comunque, se un figlio sbaglia è colpa delle madri. Al padre non si guarda quasi mai”.

Quanto pesa, nella violenza di un ragazzo, il bisogno di sentirsi “maschio” davanti agli altri maschi?

“Moltissimo. Il riconoscimento dell’identità maschile passa ancora attraverso lo sguardo degli altri uomini. Quella ci sta, vi faccio vedere come spacco. Il gruppo rafforza questo modello”. 

Il suo libro è dedicato a 214 donne. Chi è Olga?

“Olga era la mamma di tre ragazzini. Fuori, suo marito era ritenuto un uomo meraviglioso, affettuoso, un lavoratore. In casa, distruggeva i giocattoli dei figli, non voleva che sorridessero, che usassero l’acqua calda. Quando ha trovato la forza di lasciarlo, lui l’ha uccisa a colpi d’ascia”.

Roberto Vannacci dice che il femminicidio non esiste, che è un omicidio come un altro...

“Una donna su tre, in Italia e nel mondo, è quotidianamente vittima di violenza in quanto donna. Se fosse nata uomo non subirebbe quella violenza e non verrebbe uccisa”.

Siamo bravissimi a indignarci dopo un femminicidio. Ma indignarsi, scrive lei, non basta...

“No, se poi processiamo la vittima mille volte. Perché non ha denunciato? Perché non è scappata? Perché l’ha incontrato ancora? Perché si è vestita così? Ha mai sentito qualcuno che davanti a un anziano truffato gli diceva “cretino, perché ti sei fidato?”. Con le donne, sì. È sempre un po’ colpa loro, e se non è così spetta a loro dimostrarlo”.

Il dibattito sul consenso ha arenato la riforma della legge sulla violenza sessuale. Siamo rimasti al Deuteronomio, dove la vittima deve provare di aver gridato per essere creduta?

“Il corpo di una donna è intangibile finché non c’è una manifestazione di consenso, punto. Anche se ha bevuto, anche se porta la minigonna, è così sempre, in ogni caso. Il consenso è un incontro paritario di volontà. Se questo non avviene, è stupro”.

Se potesse cambiare una sola cosa nell’educazione di un bambino maschio, quale sceglierebbe?

“I giocattoli. A tre anni, mio figlio mi chiese una carrozzina come quella con cui portavo in giro sua sorella. Gliela comprai con un bambolotto, era felicissimo. Al parco, una signora mi aggredì: “Ma gli dia un pallone!”. Da quel giorno, mio figlio la carrozzina non la volle più. Ecco quanto pesa il modello sociale”.

Cosa dovremmo smettere di ripetere alle bambine?

“Di fare le brave. Di stare composte. Di abbassare la voce”.

Tre cose concrete che la politica dovrebbe fare subito?

“Un testo unico contro la violenza maschile sulle donne. Educazione alla parità e all’affettività sin dagli asili nido e formazione obbligatoria per magistrati, forze dell’ordine, sanitari, insegnanti, servizi sociali e media. Non ultimo, finanziare stabilmente i centri antiviolenza”.

Sua figlia Silvia ha inventato un neologismo...

“Io e suo padre siamo divorziati. Quando doveva spiegare chi fosse il mio secondo marito o il figlio di mio marito, persone che ama, Silvia si rifiutava di usare gli orribili patrigno o fratellastro, che dicono tutto di una cultura patriarcale. Così, un giorno ha detto: questo è il mio patraltro, questo il fratellaltro. Sono parole bellissime, milioni di famiglie in Italia sentono il bisogno di riconoscere la realtà di un nuovo affetto. Così, Silvia ha sottoposto i suoi neologismi all’Accademia della Crusca. Non le hanno mai risposto”.