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di Bill Emmott*

La Stampa, 14 settembre 2025

Mentre cerchiamo di riflettere su tutte le possibili ripercussioni dell’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, 31 anni, amico stretto di Trump, dobbiamo tenere presente tre fattori. Il primo è che l’America è un Paese nel quale vi sono più armi in mano a privati che persone. Il secondo è che la violenza politica in America è usuale. E il terzo è che Trump e alcuni dei suoi sostenitori più fedeli hanno reagito al terribile omicidio enfatizzando e sfruttando la spaccatura politica del Paese, invece di lanciare appelli all’unità.

In Europa, quando pensiamo all’America di Trump ci preoccupiamo in particolare dei danni che ha arrecato ai rapporti transatlantici, ai nostri esportatori e alla prospettiva di porre fine all’invasione russa dell’Ucraina. Questo tragico episodio, tuttavia, ci fa capire che dovremmo preoccuparci anche per la stabilità della democrazia americana, una democrazia che in passato ha fatto da faro per la libertà anche in Europa, malgrado le molte pecche dell’America.

Dittatura e guerra civile: nessuna delle due è inevitabile. In passato, l’America ha dimostrato tutta la sua resilienza a fronte di eccessi di violenza. La sua democrazia è sopravvissuta agli Anni Sessanta, quando sia il presidente John F. Kennedy, sia suo fratello Robert Kennedy e così pure l’attivista per i diritti civili Martin Luther King furono assassinati. È sopravvissuta agli Anni Settanta, quando chi manifestava contro la guerra del Vietnam fu ucciso dalla Guardia nazionale alla Kent State University in Ohio e ancora, dopo altri quattro anni, quando il presidente Richard Nixon dovette rassegnare le dimissioni per il Watergate, avendo autorizzato il furto di documenti di suoi avversari politici. Gli attentati all’America di 24 anni fa, l’11 settembre 2001, con i quali i terroristi uccisero quasi tremila persone, unirono un Paese che meno di un anno prima si era diviso profondamente per un’elezione alla presidenza risolta da una Corte suprema politicamente di parte.

Quello che in questi ottant’anni di dopo-guerra non si è visto, però, è un equilibrio apparentemente omogeneo tra la possibilità che il governo ricorra alla forza militare per assumere il controllo e la possibilità che la violenza politica si diffonda in una cittadinanza ben armata. È qui che l’omicidio di Kirk porta oggi l’America, un Paese profondamente spaccato a livello politico e nel quale il ricorso alla violenza è uno strumento sempre più utilizzato in politica, nel quale l’istinto dell’Amministrazione Trump a usare tale violenza come pretesto per ampliare il suo stesso potere è altrettanto forte ed evidente. Queste forze in competizione tra loro rischiano di irrobustirsi reciprocamente, in una spirale di violenza e intervento dello Stato.

Le preoccupazioni per la possibilità che il presidente americano e i suoi sostenitori sfruttino la spirale di violenza nascono dal fatto che Trump già adesso sta usando la Guardia nazionale e l’Ice, un corpo allargato e consolidato dell’Immigration and Customs Enforcement Agency, creata in seguito agli attentati dell’11 settembre, per procedere ad arresti, chiudere in carcere la gente, organizzare rimpatri forzati. Trump si è concentrato su città e Stati governati da esponenti del partito democratico, suoi presunti avversari e suoi critici più accaniti. Nei suoi primi otto mesi in carica, Trump ha messo alla prova tutta la portata dei suoi poteri giuridici, utilizzando queste forze anche per intimidire e insidiare ogni possibile forma di opposizione, sia politica sia istituzionale.

La reazione all’assassinio di Kirk da parte di Trump e di alcuni suoi stretti sostenitori ha dimostrato quel medesimo istinto per la politicizzazione. Trump e i suoi sostenitori hanno sì condannato la violenza politica, ma l’elenco degli esempi da loro citato ha escluso di proposito alcuni episodi violenti a danno dei democratici. Tra questi, un’aggressione al marito di Nancy Pelosi nel 2022, quando era speaker della Camera dei rappresentanti; l’omicidio della legislatrice dello Stato del Minnesota e di suo marito all’inizio di quest’anno; il tentato incendio appiccato alla casa del governatore democratico della Pennsylvania, Josh Shapiro. La violenza che Trump e i suoi sostenitori, Elon Musk compreso, hanno scelto di condannare è la violenza di quella che definiscono “la sinistra radicale”, e non ogni forma di violenza politica.

In Fiesta, a uno dei personaggi dello scrittore americano Ernest Hemingway viene chiesto come abbia fatto ad andare in bancarotta, e lui risponde con una battuta memorabile: “In due modi. Poco alla volta e all’improvviso”. Con questa frase Hemingway potrebbe aver scritto anche il copione di come potrebbero sparire la democrazia e la legalità americane. Ciò potrebbe avere inizio con la violenza politica a bassa intensità nel suo Paese natale da cui ci ha messo in guardia ieri su La Stampa il mio collega Alan Friedman, in concomitanza con una espansione sistematica del ruolo dell’esercito degli Stati Uniti e dell’Ice negli interventi di ordine pubblico. L’adozione da parte di Trump di una forma tribale di politica, invece di caldeggiare l’unità nazionale, rischia di scatenare un tribalismo simile a sinistra e il ricorso alla violenza reciproca da entrambe le parti.

In seguito, indotto da un altro episodio tragico come l’assassinio di Kirk o da una manifestazione con episodi di violenza, Trump potrebbe dichiarare un’emergenza nazionale, nel corso della quale sospendere i diritti civili e dichiarare la legge marziale. Così facendo, Trump potrebbe rimandare le elezioni a tempo indefinito, sfidando il suo partito repubblicano al Congresso o i suoi avversari del partito democratico a contrastarlo. A quel punto, le probabilità che chi lo critica venga arrestato, adducendo come motivazione che costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale, sarebbero alte.

Qualora Trump cercasse sul serio di usare così i poteri d’emergenza e la legge marziale, la domanda cruciale riguarderebbe la possibile reazione delle forze armate degli Stati Uniti e di altre forze di sicurezza. Il processo della settimana scorsa in Brasile all’amico di Trump, Jair Bolsonaro - nel quale il presidente destituito dalle elezioni del 2022 è stato condannato a 27 anni di carcere per aver pianificato un colpo di Stato - ha dimostrato il ruolo cruciale che vi ha avuto l’esercito brasiliano. Alcuni generali hanno agito in combutta con lui e sono stati riconosciuti colpevoli. Il grosso delle forze armate e i comandanti dell’aeronautica, però, si sono rifiutati di entrare a far parte della cospirazione. Se l’avessero fatto, il Brasile sarebbe nuovamente una dittatura militare, come lo è stato dal 1964 al 1985.

Trump ha criticato aspramente i giudici brasiliani per aver emesso quella sentenza contro Bolsonaro. Molto probabilmente, immagina di potersi trovare nella stessa situazione del suo amico. Oppure immagina di poter imparare dagli errori di Bolsonaro e portare a segno un suo colpo di Stato. Poco alla volta e all’improvviso.

*Traduzione di Anna Bissanti