di Diego Bianchi
La Repubblica, 9 luglio 2021
Mi scusi, ho capito bene? State vaccinando anche nel carcere?", chiesi al responsabile del centro vaccinale della Fiera di Bergamo. Era il mese di marzo, i vaccini cominciavano ad essere somministrati in tutto il Paese, e io mi trovavo in Lombardia a scoprire per la prima volta la procedura con la quale avremmo familiarizzato nei mesi a seguire.
Quella che passava da prenotazioni, convocazioni, sms, disguidi, efficienza, anamnesi, dubbi e preferenze sul vaccino da iniettare. E ancora: effetti collaterali veri, presunti o immaginari, quindici minuti di attesa dopo la somministrazione, la Tachipirina a portata di mano. Erano i giorni in cui il vaccino passava per privilegio o azzardo a seconda delle sensibilità, e fu pertanto con compiaciuto stupore da potenziale cittadino di paese civile che recepii la notizia fin lì ignota che tra i soggetti "fragili" o comunque più a rischio contagio della media, si stava vaccinando anche la popolazione carceraria, detenuti e guardie.
Immediatamente per un riflesso dovuto alla consapevolezza di non stare in un Paese civile quanto vorrei, pensai fosse strano che nessun politico avesse ancora scritto un post reclamante "prima il vaccino agli italiani incensurati". Il ghiotto boccone di basica propaganda per qualche settimana scappò, fino al giorno in cui Salvini o chi per lui se ne accorse, e puntualmente protestò. Ripenso a quel momento nelle ore in cui Salvini si reca a Santa Maria Capua Vetere a margine della mattanza perpetrata da oltre cinquanta guardie penitenziarie ai danni di detenuti rei di aver protestato per la propria salute nell'aprile del 2020.
La rara capacità dell'ex ministro dell'Interno di precipitarsi nel posto giusto a dire sempre la cosa sbagliata, tocca un nuovo apice di mancanza di decenza, di vergogna, di senso dello Stato. È vero che siamo pur sempre nel Paese in cui la Meloni pensa che il reato di tortura possa impedire agli agenti di fare il proprio lavoro, ma per qualche ragione ogni tanto mi illudo che davanti all'evidenza di immagini orribili, qualcosa possa cambiare. Quasi sempre sbaglio.
L'esigenza di esprimere solidarietà alle forze dell'ordine da non confondere con 52 "mele marce", l'assurdità di equiparare la mattanza dei 52 agenti alle proteste dei detenuti ("anche la rivolta dei detenuti fu mattanza" ha detto Salvini), fanno raggiungere nuovi picchi di disumanità a chi, parlando di carcere, finisce ogni frase con le espressioni "buttare la chiave", o "marcire in galera", senza accorgersi che tanto parlare di marciume rischia di far marcire ogni giorno più mele, soprattutto se la mela più guasta e contagiosa sei tu che ne parli. Che il tutto avvenga a vent'anni dal G8 di Genova, è solo la conferma di quanto e come la percezione di vivere in un Paese civile, ancora oggi sia spesso fallace.











