di Roberto Falessi*
Il Dubbio, 20 luglio 2022
La storia di un ragazzo affidato a una comunità e del suo avvocato. “Bentornato alla libertà! Prendi fiato e respira tutta l’aria che c’è!”. Questo il mio saluto al ragazzo che, in uscita da San Vittore, mi veniva affidato per accompagnarlo a una Comunità psichiatrica in provincia di Savona.
Mi ha guardato ancora un po’ estraniato; poi è uscito dai suoi pensieri, dal “carcere” che gli era rimasto dentro, e finalmente ha abbozzato un mezzo sorriso, abbracciandomi forte. L’attimo del ritorno alla libertà non si dimentica. È un punto di svolta nella vita. In un istante ha riavvolto il nastro di 9 mesi di detenzione che aveva tanta voglia di raccontare.
All’inizio tutto gli era sembrato surreale, deformato dall’incredulità provata, lui disabile mentale con diagnosi di disturbo borderline di personalità, con un’invalidità riconosciuta del 100%, incensurato, abituato al ritiro sociale, accusato di maltrattamenti per le discussioni per farsi dare 5 euro per i giochi on line dalla madre, alla quale la psichiatra aveva dato l’incredibile suggerimento di denunciare il figlio “per salvarlo e farlo mandare in una Comunità” (cosa che, invece, non aveva fatto, perché “non si può denunciare un figlio malato”).
Poi la vita in carcere era rimasta sospesa in un’angosciosa attesa, mentre il CPS veniva sollecitato da difensore e Gip a reperire una Comunità psichiatrica che nessuno riusciva a trovare. Infine lo scorrere lento del tempo aveva preso le forme di un’abitudine insensata; tra l’aria ferma, calda, greve di odori e opaca di luce e il sole oltre le sbarre visto soltanto a scacchi.
La cartella clinica descrive i momenti più drammatici di disperazione e di ribellione durante quel “soggiorno”: “le ferite al collo con frammenti di vetro della porta dell’antibagno”, “l’urto della testa contro il muro e le sbarre del cancello”, “il pugno contro il muro e le fratture alla mano”, “il tentativo di impiccagione con un cappio fatto con la propria felpa”.
Cosa ha evitato il peggio? Più che l’assistenza del Dipartimento di Salute mentale interno del carcere, probabilmente solo la generosità e l’altruismo di un concellino che gli ha ridato speranza e fiducia nelle relazioni umane. Poi è arrivato il momento della liberazione ed è tornato a vedere il cielo sopra di sé, l’aria leggera, il sole immenso e non più cesellato dai quadratini di una finestra a sbarre.
Ma dopo la gioia per quel ragazzo restituito alla vita piena, rimane una riflessione amara. Da quel carcere altri non sono usciti. Nel mese di giugno, nel giro di pochi giorni, due ragazzi, di poco più giovani, si sono tolti la vita. Gesto folle oppure logico di chi sente di non valere nulla e accumula una disperazione e un disagio insostenibili?
Il carcere genera e amplifica le patologie psichiche. Lo ha scritto con chiarezza nella sua relazione del maggio 2022 il dottor Francesco Maisto, Garante dei detenuti nominato dal Comune di Milano che ha descritto una popolazione detenuta caratterizzata per il 60-70% da patologie croniche, anche gravi. Il carcere, per le sue condizioni di vita difficili, precarie e insalubri fa ulteriormente ammalare.
Lo conferma la Relazione al Parlamento, sempre del maggio 2022, del dottor Mauro Palma, Garante delle persone private della libertà, nella quale si evidenzia il disagio molto presente nel sistema di detenzione adulta, per cui vi sono fenomeni di gesti autolesionistici e soprattutto suicidi: 30 nel 2022 fino ad oggi, 54 nel 2021, 60 nel 2020. Il Garante ha scritto che i suicidi sono un monito, interrogano per “la doverosa riflessione su cosa apprendere per il futuro da queste imperscrutabili decisioni soggettive, cosa imparare per diminuire il rischio del loro ripetersi”.
Le imperscrutabili decisioni soggettive sono ampiamente prevedibili, tenuto conto che già le “Linee di indirizzo per la riduzione del rischio auto lesivo e suicidi ario in ambito carcerario”, approvate dalla Conferenza unificata Stato-Regioni del 19.1.2012, avevano spiegato che “La condizione di reclusione è una esperienza umana limite, che coincide da un lato con la perdita della libertà individuale e della propria autonomia e dall’altra con la frattura della continuità esistenziale attraverso la sottrazione dell’individuo dal corso della propria vita e dalla sua rete relazionale. L’impatto psicologico dell’arresto e dell’incarcerazione, la paura di essere abbandonati da familiari e amici, la crisi di astinenza dei tossicodipendenti, la consapevolezza di una condanna lunga, lo stress quotidiano della vita in carcere, sono tutti elementi in grado di superare la soglia di resistenza di una persona”.
Per prevenire atti suicidari occorre allora investire risorse; l’esiguo numero di ore a disposizione degli specialisti dei servizi di salute mentale operanti all’interno degli istituti penitenziari dimostra che il problema non è considerato una priorità. Occorre festeggiare le scarcerazioni ma sensibilizzare su un problema che ancora non è stato adeguatamente affrontato e fronteggiato.
*Avvocato










