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di Valentina Giulia Milani

 

La Repubblica, 6 maggio 2021

 

Il 5 maggio di 85 anni fa finiva la guerra d'Etiopia. I figli nati da donne locali e soldati e coloni fascisti hanno cercato per anni di farsi riconoscere dai padri. E chi c'è riuscito vive in un limbo.

Curvo sul tavolino di un tipico caffè etiope, in un quartiere periferico della capitale Addis Abeba, Vittorio Biondi sfoglia un plico di documenti. Passa in rassegna ogni pagina alla ricerca di un dettaglio che, sfuggitogli negli ultimi decenni, possa alleviare il peso di quelle parole impresse proprio sul primo foglio: "Figlio della vergogna".

Cittadino etiope, Vittorio non ha mai saputo chi fosse suo padre, la cui nazionalità gli è però sempre stata nota: un italiano, probabilmente un soldato che, fermatosi a Massaua, in Eritrea, durante gli anni dell'occupazione italiana d'Abissinia, ebbe una relazione con una ragazza etiope, tigrina per la precisione, dalla quale nacque lui. "Mio papà è sparito subito dopo la mia nascita. Ho vissuto con mia mamma fino ai quattro anni, poi è morta e così mi prese in carico mia nonna. Avevo i capelli chiari, e i preti che gestivano il mio collegio mi diedero il cognome Biondi". Vittorio si è poi trasferito ad Addis Abeba, ma ha di fatto trascorso la propria esistenza a fare il marinaio, a viaggiare e cercare suo padre nel tentativo, vano, di essere riconosciuto e acquisire i diritti sognati di cittadino italo-etiope. Alla fine delle ricerche tornava sempre lì, a quella dolorosa scritta sul suo certificato di nascita: "Nato un infante di sesso maschile che non è rappresentato dal padre".

Come lui, in Etiopia ma anche in Eritrea, tanti bambini e bambine sono cresciuti senza un padre ma con un fedele appellativo sempre accanto: "meticci". Si tratta dei figli dell'occupazione, un'intera generazione che ha tentato di essere accettata dal genitore italiano il quale, nella maggior parte dei casi, ha fatto ritorno in patria non appena conclusa la campagna o al massimo qualche anno più tardi. Nati in seguito al fenomeno del cosiddetto madamato, l'ondata di relazioni fugaci tra occupanti e donne native, hanno trascorso una vita a rincorrere l'ombra di un papà assente. Quanti sono riusciti a farsi riconoscere hanno comunque vissuto in un limbo senza mai poter contare né su alcuni privilegi garantiti dallo Stato etiope né sull'appoggio delle istituzioni italiane presenti nel Paese. Un'intera generazione di persone che, giunta ormai agli anni della pensione e più, è vivace testimone di un'epoca della quale non si è mai parlato abbastanza, nonostante il 5 maggio di quest'anno cada ormai l'85° anniversario della fine del conflitto che vide contrapporsi il Regno d'Italia e l'Impero Etiope e che portò alla nascita dell'Africa Orientale Italiana con l'annessione dell'Etiopia alle già colonie italiane dell'Eritrea e della Somalia.

Terminata con la proclamazione dell'Impero da parte di Benito Mussolini, la guerra consacrò l'inizio dell'occupazione italiana che si concluse ufficialmente nel '41. "In quel periodo tantissimi italiani si trasferirono nel Corno d'Africa. Molti come soldati ma tanti anche come civili, soprattutto operai e imprenditori, per prestare servizio in campo edile" spiega Francesco Morescalchi, mamma tigrina e papà italiano, indicando i palazzi e le infrastrutture italiane ad Addis Abeba che scorrono fuori dal finestrino dell'auto: Palazzo Lombardia, la casa del Fascio dove si svolgevano cerimonie ed eventi ufficiali, il quartiere con le case Incis, ossia le vecchie abitazioni dell'esercito, ma anche il cimitero militare dove l'uomo chiede di fermarsi per un saluto ai tanti amici italo-etiopi ormai perduti.

Conquistata l'Etiopia, proprio contro i figli meticci e contro la pratica del madamato già in corso in Eritrea e diffusasi presto nella nuova colonia italiana, il regime impostò la propria battaglia per "preservare la razza italiana dai miscugli di sangue". In questo contesto, il 19 aprile 1937 venne varata la prima norma di "tutela della razza", il decreto legge n° 880 che puniva con la reclusione da uno a cinque anni il bianco sorpreso in "relazione di indole coniugale con persona suddita". Di fatto vietava il madamato e il matrimonio con le donne di colore delle colonie africane. Una politica decisamente intransigente che portò, il 13 maggio 1940, alla proclamazione della legge numero 822 contro il meticciato: voluta da Mussolini stesso, definiva ufficialmente reato il riconoscimento da parte dei padri italiani dei figli meticci e accollava a carico delle sole madri il loro mantenimento.

Erano leggi volte a scongiurare la nascita dei "figli di sangue misto" i quali, da parte loro, hanno sempre custodito e onorato la cultura italiana. "Sono stato cresciuto con amore da mia mamma nonostante mio padre sia andato via quando ero ancora piccolo, dopo aver trascorso solo i primi anni con noi" racconta Francesco, detto Franco, in un italiano perfetto. Lui e tanti coetanei, infatti, hanno frequentato le scuole italiane di Addis Abeba o Asmara perché, spiega fiero, "le nostre mamme erano convinte che crescerci mantenendo saldi i contatti con la cultura dei papà fuggiti in Italia fosse un modo per nobilitarci". Ma questo, evidentemente, non è bastato per liberarli.

Dopo la caduta del fascismo, il governo italiano abrogò la legge contro il meticciato e dal 1947 consentì ai discendenti degli italiani di fare domanda per il riconoscimento. "Fu una fregatura", dice Antonio Grassi, nato da madre etiope e padre italiano. Spiega: "Stava a noi dimostrare un legame con il genitore italiano che spesso o era introvabile oppure rifiutava di collaborare". Lui stesso non è mai stato riconosciuto dal papà che prese parte alla Campagna d'Etiopia come militare. Del resto, dice, "tanti soldati avevano già una famiglia in Italia, perché mai riconoscerci?". Nonostante ciò, ha coltivato - come tanti altri figli dell'occupazione - una delle principali attività importate dagli italiani in Etiopia: oggi è infatti uno dei più bravi meccanici di Addis Abeba.

Infelici, incompiuti ma anche forti e determinati, con la riforma della legge sulla cittadinanza italiana del 1992, fondata sullo ius sanguinis, questi figli "di nessuno" hanno tentato di reclamare la propria cittadinanza all'Ambasciata d'Italia in Etiopia, presentando le prove che avevano raccolto per testimoniare la paternità italiana. La maggior parte di esse venne rigettata e chi la ottenne si trovò a fare i conti con lo status di cittadino italiano di origini etiopi, un riconoscimento civile del governo di Addis Abeba che di fatto consacrava l'entrata nel limbo: "Nel concreto per lo Stato etiope esistiamo a metà. Non possiamo versare i contributi e non ci viene riconosciuta la pensione nonostante abbiamo passato la vita a lavorare, non abbiamo diritto alle cure mediche gratuite e non possiamo ricoprire cariche politiche. Però siamo nati e vissuti qua, quindi anche in Italia non siamo nessuno" fa notare Romano Pezzani, figlio di un militare italiano, reso ormai cieco da un glaucoma. Gli fa eco l'inseparabile amico Gaetano Pasqua: "Io ho il passaporto italiano ma la mia casa è ad Addis Abeba anche se qui mi sento un cittadino a metà. Per fortuna posso contare sui miei amici".

Condividono esistenze e origini, oltre a custodire la cultura italiana in Etiopia onorando al contempo le tradizioni locali. Lo testimonia Roberto Bassani: "Siamo integrati a livello sociale e abbiamo amici sia etiopi che italiani che hanno deciso di restare a vivere in Africa dopo l'occupazione". Proprio come lui che, figlio di due italiani trasferitisi ad Asmara (Eritrea) come civili per poi raggiungere Addis Abeba, non ha mai più lasciato l'Etiopia e non manca mai di fare una visita allo Juventus Club della capitale, dove in tanti sentono di appartenere a una comunità.

E forse, proprio quella comunità, unita ma non esclusiva, è il più grande lascito - inconsapevole - di quella che fu considerata una delle campagne coloniali più ingenti della storia: oltre al gran numero di soldati e mezzi coinvolti, impiegò infatti una grande quantità di strumenti propagandistici con lo scopo a lungo termine di orientare l'emigrazione italiana verso una nuova colonia popolata da italiani e amministrata in regime di apartheid sulla base di una rigorosa separazione razziale. Un obiettivo non raggiunto perché, come sottolinea Gianfranco Straioto, "il pregio degli etiopi è di aver saputo riconoscere e distinguere gli italiani dai fascisti".

Così, nonostante le difficoltà e una vita trascorsa "a metà", la generazione dei figli dell'occupazione non ha mai smesso di sognare. Come Giorgio Maffi che, classe 1939, figlio di un militare giunto in Etiopia nel '36 al seguito dell'armata italiana, all'età di 28 anni ha deciso di partire per l'Italia alla ricerca del genitore scomparso, riuscendo addirittura a incontrarlo e a trascorrerci una giornata. O, ancora, come Straioto, costruttore in età da pensione alle prese con la progettazione di un luogo dove gli italo-etiopi che vivono in Etiopia "possano lavorare mettendo in luce le eccellenze italiane, per esempio in campo edile. Un luogo dove si lavorerebbe fianco a fianco con gli etiopi e dove i diritti di tutti sarebbero riconosciuti e rispettati".