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di Teresa Olivieri

Italia Oggi, 8 luglio 2025

Un libro raccoglie voci e testimonianze: educatori, agenti, preti, magistrati, infermieri. Non riguarda più solo le carceri per adulti: anche gli Istituti penali per minorenni stanno affrontando il problema del sovraffollamento. L’introduzione del Decreto Caivano - che ha ampliato i casi in cui è possibile applicare la custodia cautelare ai minori e limitato l’uso di misure alternative - ha inciso pesantemente sul numero dei ragazzi reclusi, spesso adolescenti fragili e privi di riferimenti e di prospettive.

Sono 17 gli Istituti penali minorili attivi in Italia. In molti, la soglia di capienza è stata superata nel corso dell’ultimo anno. Aumentano così le tensioni, le proteste, i tentativi di evasione e gli atti di autolesionismo. Ma rispetto agli istituti per adulti, emerge un dato in controtendenza: nei penitenziari minorili non si registrano suicidi. Uno solo, negli ultimi anni, è stato accertato. Quello di Loka Moktar Youssef Baron. Aveva compiuto 18 anni quando si è tolto la vita dandosi fuoco nel carcere di San Vittore. Una perizia psichiatrica aveva già riconosciuto il suo grave disagio mentale. Eppure Youssef era stato comunque recluso, senza tutela.

La storia di Youssef - La sua storia ha ispirato “Vite minori”, il libro della giornalista Raffaella Di Rosa, che raccoglie voci e testimonianze all’interno degli IPM: educatori, agenti, preti, magistrati, infermieri. Uno sguardo dall’interno su un mondo dove spesso si resta invisibili.

Isolamento e violenze nel Beccaria - Tutto comincia a Milano, nel giugno 2023. Il ragazzo egiziano ruba un telefono a una passante per chiamare sua madre. Dopo pochi minuti, lo restituisce. Ma la donna, impaurita, aveva già allertato la polizia. Viene arrestato e portato nel carcere minorile Beccaria. Aveva appena compiuto 17 anni. Lì trascorre quattro mesi segnati da isolamento e violenze. I suoi coetanei lo vessano, gli bruciano i piedi con l’accendino, lo picchiano. Era considerato “debole”. “Quello che colpisce è che molti di questi ragazzi non riescono nemmeno a immaginare un futuro,” racconta Di Rosa. Quasi tutti provengono da famiglie in condizioni economiche estremamente precarie. “L’unico sogno che hanno è avere soldi,” aggiunge. La povertà si traduce in emarginazione. E in questi casi in impossibilità di accedere a una difesa legale adeguata. Una doppia condanna: alla reclusione e all’assenza di diritti.

Il ruolo della povertà - Sebbene manchino dati ufficiali sulla povertà nelle carceri minorili, è evidente il legame tra disagio economico, criminalità giovanile e detenzione. Lo confermano anche i numeri dell’Istituto penale per i minorenni di Catanzaro, dove oggi sono reclusi solo tre ragazzi calabresi, la maggior parte stranieri. “I figli delle famiglie mafiose? Sono all’estero, liberi,” afferma Francesco Pellegrino, direttore dell’istituto da oltre vent’anni.

Il ruolo cruciale degli educatori - Esiste però un margine di speranza in questi istituti. Sono gli educatori penitenziari che svolgono un ruolo cruciale nel percorso di rieducazione. I funzionari giuridico-pedagogici seguono i minori con attenzione, cercando di costruire relazioni di fiducia e percorsi personalizzati. Si occupano di attività scolastiche, formative, culturali e sportive, e rappresentano per molti ragazzi il primo vero punto di riferimento adulto. Con risorse spesso limitate, riescono a portare umanità e ascolto in un contesto dove tutto parla di esclusione.