sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Raffaele Strocchia

viterbotoday.it, 1 ottobre 2025

“Andrea non si è suicidato, è stato ucciso. Giustizia per lui e per tutti i detenuti vittime della squadretta di Mammagialla”. Tonino Lazzarini, fratello di Andrea Di Nino, al sit-in davanti al tribunale di Viterbo insieme agli altri familiari e amici. Una manifestazione pacifica ma ferma, contro la richiesta di archiviazione dell’inchiesta per omicidio volontario sulla morte del 36enne di Roma, avvenuta il 21 maggio 2018 in carcere. Secondo la versione ufficiale, Di Nino si sarebbe tolto la vita nella cella d’isolamento. Una ricostruzione che la famiglia non ha mai accettato.

L’inchiesta bis, contro ignoti, era stata aperta dopo la testimonianza di un ex detenuto che, sei anni dopo, ha raccontato ai parenti che il 36enne non si sarebbe suicidato, bensì sarebbe stato picchiato a morte da una cosiddetta “squadretta” di agenti penitenziari.

I magistrati, però, non sarebbero mai riusciti a sentirlo. È stato comunque ritenuto inattendibile perché, a differenza di quanto dichiarato, non sarebbe risultato essere stato nella stessa sezione di Di Nino. Ma per Tonino Lazzarini la procura non ha approfondito le indagini: “Il supertestimone non si è presentato? Le Iene lo hanno trovato subito e lui ha parlato in tv. Invece di cercare altri detenuti presenti in isolamento quel giorno, hanno intercettato il telefono mio e di mia sorella. Ma noi non ci arrendiamo: Andrea non si è suicidato”. È stata espressa delusione nei confronti delle istituzioni: “Ci hanno voltato le spalle”.

Per i familiari, Di Nino non aveva nessuna intenzione di togliersi la vita. “Era petulante - racconta Lazzarini - chiedeva sempre di poter chiamare la mamma malata ed è per questo che era finito nel mirino. Andrea stava per ottenere i domiciliari, non vedeva l’ora di tornare dai suoi cinque figli. Pochi giorni prima del suo compleanno aveva chiesto una tuta della Roma e la sorella gliel’ha messa nella bara. Non voleva morire, voleva vivere”. Il fratello Valentino, invece, ricorda una frase inquietante: “Andrea mi disse che un penitenziario lo aveva minacciato: ‘Tu da qui non esci vivo’. E così è stato”.

I familiari del 36enne hanno ribadito che continueranno a lottare affinché non cali il silenzio su una vicenda che, a loro avviso, rischia di rimanere senza giustizia: “Il caso di Andrea deve aprire altri casi e dare coraggio a chi ha paura di parlare. Perché ciò che succede dentro quelle mura non deve rimanere nascosto”. Al presidio era presente anche Diego, accompagnato da madre e compagna. È un altro detenuto che ha raccontato di essere stato aggredito all’interno del carcere: “Mi hanno colpito alla testa con i manganelli, ho riportato la frattura della mandibola e del braccio. Sono finito in coma in ospedale. È stata la squadretta e ho sporto denuncia. Devono pagare per quello che hanno fatto, come io ho pagato per i miei errori”.