di Federica Pozzi
Il Messaggero, 5 aprile 2025
Un testimone: ucciso da 3 agenti. Era stato trovato impiccato nel carcere Mammagialla. Nuove indagini dopo un primo processo (in corso) contro 2 medici e un poliziotto. “Andrea è stato ucciso”, ne sono sempre stati convinti i familiari di Andrea Di Nino, morto nel carcere Mammagialla di Viterbo il 21 maggio 2018. E ne è convinto anche un testimone, vicino di cella della vittima, grazie al quale la procura di Viterbo ha riaperto le indagini sul caso, questa volta con l’ipotesi di omicidio volontario a carico di ignoti.
Per la morte del detenuto romano, infatti, già è in aula un procedimento per omicidio colposo a carico dell’allora responsabile dell’Uos Medicina penitenziaria territoriale dell’Asl di Viterbo, di un assistente capo della polizia penitenziaria, del medico di guardia del Mammagialla e del direttore della casa circondariale (quest’ultimo assolto in primo e secondo grado dalle accuse). Nella prossima udienza di maggio però, l’avvocato di parte civile Nicola Triusciuoglio, che ha condotto le indagini difensive su richiesta della famiglia di Di Nino, vista l’apertura del nuovo fascicolo d’indagine, chiederà la sospensione del processo.
Il racconto del testimone è inequivocabile, parla di tre agenti della penitenziaria, conosciuti dai detenuti perché soliti picchiare chi dava fastidio, che entrano nella cella, Andrea urla, chiede aiuto, poi viene portato via a spalla. “Questo è morto”, dice uno dei tre. Ma anche prima del racconto del testimone, diverse erano le incongruenze riscontrate dalla famiglia rispetto all’ipotesi di suicidio. Andrea viene trovato impiccato, nella cella di isolamento in cui era da giorni, con un lenzuolo incastrato nello stipite della finestra - almeno questa è la versione ufficiale - ma secondo i suoi fratelli che hanno sporto denuncia “non si sarebbe mai suicidato”.
All’epoca aveva 36 anni, era detenuto per un cumulo di pene e di lì a poco avrebbe finito di scontare la sua condanna. “Non vedeva l’ora di tornare dai suoi figli e non li avrebbe mai privati della sua figura per tutta la vita”, sostengono i familiari. Sospetta anche la modalità del suicidio. La corporatura di Andrea “non gli avrebbe consentito di procurarsi la morte da un’altezza, come quella della finestra nella quale è stato rinvenuto il lenzuolo, così prossima alla sua, né tantomeno con un materiale che, considerata la sua corporatura, non avrebbe certo retto il suo peso morto”. La mattina del presunto suicidio poi, il 36enne aveva chiamato la madre e le aveva chiesto di farle avere vestiti nuovi con i quali sarebbe andato dopo poco meno di un mese all’udienza fissata per la concessione degli arresti domiciliari. Non solo. Andrea aveva raccontato più volte di essere preoccupato per la sua sicurezza all’interno del carcere.
Aveva detto a uno dei fratelli di aver avuto una colluttazione con un agente che dopo averlo picchiato lo aveva minacciato: “Tu non esci vivo di qui”. In particolare, alcuni dei detenuti avevano parlato di un gruppo di agenti della penitenziaria noti e temuti da chi si trovava in carcere perché parte di un “plotone punitivo” che picchiava e minacciava i detenuti “fastidiosi”. È da loro, secondo alcune testimonianze e secondo i racconti di Andrea, che il 36enne era stato preso di mira. La sua colpa sarebbe stata quella di chiedere, in maniera anche compulsiva, di poter sentire spesso la madre malata. Quindi il “plotone” avrebbe risposto con botte e calci, con una frequenza anche di tre volte a settimana. Fino ad arrivare al giorno della morte.
Andrea era in cella di isolamento per una lite avvenuta con un altro detenuto. Secondo il testimone avrebbe chiesto, intorno alle 14, un accendino, urlando che gli era stato sequestrato. È a quel punto che il testimone ha visto arrivare tre degli agenti della “squadretta”, così ha chiamato il temuto “plotone”. E, sentendo le urla dei poliziotti e di Andrea, avrebbe staccato uno specchietto dal muro della sua cella così da riuscire a vedere cosa accadesse nel corridoio. I tre agenti sarebbero entrati nella cella del 36enne e lì sarebbero rimasti per circa 20 minuti in cui ai pianti, lamenti, richieste di aiuto di Andrea, si sarebbero alternate le urla degli agenti: “Stai zitto”. Poi il silenzio. “Questo non si riprende più, questo è morto”. La “squadretta” avrebbe quindi portato via il 36enne, a spalle, con i piedi che strisciavano a terra. Era esanime, senza reazioni. Le celle degli altri detenuti a quel punto sono state oscurate, con la chiusura dei blindati. Dopo un paio di ore lo spostamento di tutti i detenuti in un altro reparto del penitenziario. Poi, il giorno dopo la notizia: Andrea era stato trovato impiccato a un lenzuolo della sua cella.











