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di Pietro Giordano

lafune.eu, 1 agosto 2026

Dentro il carcere si incontrano due Italie diverse ma ugualmente periferiche: detenuti spesso poveri, immigrati, tossicodipendenti o piccoli criminali, e agenti che non di rado arrivano dal Mezzogiorno, chiamati a governare ogni giorno le contraddizioni che lo Stato non riesce a risolvere fuori. Dentro Mammagialla si incontrano due mondi che fuori difficilmente si guardano davvero, da una parte ci sono detenuti che arrivano spesso dalle periferie sociali, dall’immigrazione, dalle dipendenze, dal piccolo spaccio, da vite fragili o segnate da errori pesanti, dall’altra ci sono agenti della Polizia penitenziaria che non di rado vengono dal Mezzogiorno, hanno lasciato famiglia e origine, hanno vinto un concorso pubblico e trovato nello Stato quella stabilità che i territori dai quali provengono spesso non riuscivano a garantire.

E’ un’immagine persino disturbante, ma racconta molto dell Italia, gli ultimi che custodiscono gli ultimi, pur nella radicale differenza dei ruoli, perché l agente rappresenta la legge mentre il detenuto e privato della libertà perché condannato o sottoposto a un provvedimento dell’autorità giudiziaria, uno possiede le chiavi e l’altro no, ma entrambi finiscono per vivere ogni giorno dentro lo stesso luogo, respirando la stessa tensione e pagando, ciascuno in maniera diversa, le insufficienze di un sistema che pretende sicurezza senza sempre creare le condizioni necessarie per costruirla davvero.

Per molti giovani meridionali la divisa e stata per decenni una delle poche strade sicure per costruire un futuro, Sicilia, Calabria, Campania e Puglia hanno alimentato generazioni di poliziotti, carabinieri, militari e agenti penitenziari trasferiti verso il Centro e il Nord, dietro tante divise ci sono quindi storie di migrazione interna, genitori lontani, viaggi per tornare a casa, figli cresciuti in un’altra regione e la speranza, spesso durata anni, di ottenere prima o poi un trasferimento.

Dall’altra parte della porta può esserci un immigrato marocchino, tunisino, albanese o nigeriano, oppure un ragazzo italiano finito nello spaccio o nella microcriminalità, e naturalmente non sono storie equivalenti, sarebbe assurdo presentarle come tali, perché una persona ha scelto un mestiere al servizio dello Stato mentre l altra si trova lì perché accusata o riconosciuta colpevole di un reato, tuttavia entrambe raccontano, da lati completamente diversi, una geografia delle opportunità profondamente diseguale.

Può così accadere che un giovane partito dalla Calabria perché non trovava lavoro si ritrovi a custodire un giovane arrivato dal Nord Africa che non e riuscito a trovare un proprio posto nella società italiana ed e finito nell’economia illegale, uno ha incontrato nello Stato una possibilità, l’altro ne è rimasto ai margini, e le loro vite finiscono per incrociarsi davanti a una porta blindata che diventa quasi il simbolo di due destini diversi ma prodotti dallo stesso Paese.

Il problema comincia quando questa relazione viene trasformata in una contrapposizione permanente, da un lato i detenuti e dall’altro gli agenti, quasi fossero due eserciti schierati uno contro l’altro, mentre un carcere funziona proprio quando non diventa un campo di battaglia, quando l’agente può esercitare autorità senza essere costretto a vivere ogni turno come una trincea e il detenuto sa che le regole sono ferme ma non arbitrarie.

L’autorità vera, del resto, non è quella che urla più forte ma quella che riesce a governare, un carcere nel quale lo Stato e realmente presente e un luogo dove il detenuto violento non può imporre la propria legge a quello più debole, dove un agente non viene lasciato solo davanti a una situazione ingestibile, dove la disciplina non dipende dalla paura e dove la relazione quotidiana non viene sostituita soltanto dalle chiavi, dalle sbarre e dall’ordine impartito.

E forse questa la contraddizione più grande di Mammagialla, lo Stato affida a uomini e donne spesso provenienti dalle proprie periferie sociali il compito di gestire altri uomini provenienti da periferie diverse e troppo spesso interviene soltanto quando quel rapporto si rompe, quando avviene un aggressione si scoprono gli agenti, quando c e una rivolta si scoprono i detenuti, nel frattempo entrambi continuano a vivere dietro lo stesso muro, dentro un equilibrio fragile che nessuno vede finché non salta. Forse sarebbe il momento di accorgersi che la qualità del carcere si misura anche dalla capacità di impedire che questi due mondi siano costretti a diventare nemici.