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di Pietro Giordano

lafune.eu, 24 febbraio 2026

Sovraffollamento, carenza di personale e fragilità psicologiche: il carcere viterbese come specchio di una giustizia che fatica a coniugare sicurezza e rieducazione. La sfida per Viterbo è questa: non voltarsi dall’altra parte. Perché dietro quelle mura non ci sono solo detenuti e agenti, ma una domanda profonda sul significato della giustizia e sulla qualità della nostra convivenza civile. La realtà carceraria di Viterbo ha un nome che in città evoca da sempre rispetto, timore e interrogativi: la casa circondariale “Mammagialla” (recentemente intitolato alla memoria di Nicandro Izzo), istituto storico che ospita detenuti comuni e di alta sicurezza.

Dietro quelle mura, alle porte del capoluogo della Tuscia, si concentrano molte delle contraddizioni del sistema penitenziario italiano. Non è solo un problema di numeri, ma di senso della pena, di equilibrio tra sicurezza e rieducazione, tra diritto alla punizione e dovere dello Stato di non disumanizzare.

Il primo nodo è il sovraffollamento. La struttura ospita stabilmente un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare. Questo significa sezioni congestionate, celle condivise da più persone, spazi comuni insufficienti. In simili condizioni diventa difficile garantire percorsi individualizzati, attività trattamentali efficaci, lavoro interno o esterno. La pena rischia di trasformarsi in semplice custodia, in contenimento fisico, lontano dal principio costituzionale secondo cui deve tendere alla rieducazione.

Il sovraffollamento non è solo una questione logistica. È una pressione costante sulle relazioni, sulla convivenza forzata, sulle fragilità personali. In un ambiente già segnato da privazione della libertà, la mancanza di spazio amplifica tensioni, conflitti, disagio psicologico. E quando le fragilità esplodono, lo fanno in modo drammatico: episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio ricordano che il carcere è anche un luogo di sofferenza mentale, spesso silenziosa.

Accanto ai detenuti, c’è il personale. Gli agenti della Polizia Penitenziaria operano in condizioni complesse, con organici che non sempre rispondono alle reali esigenze dell’istituto. Turni gravosi, responsabilità elevate, gestione quotidiana di situazioni delicate richiedono professionalità e sangue freddo. Ma la sicurezza non può essere garantita solo con il sacrificio individuale di chi indossa una divisa. Servono investimenti strutturali, formazione continua, supporto psicologico anche per chi lavora dentro il carcere.

Mammagialla non è però solo emergenza. Nel tempo sono stati attivati laboratori, corsi scolastici, iniziative culturali e collaborazioni con il territorio. Ogni volta che un detenuto studia, lavora, impara un mestiere, si riduce la probabilità che torni a delinquere una volta fuori. La recidiva, infatti, diminuisce sensibilmente quando la pena è accompagnata da percorsi di responsabilizzazione e reinserimento. È un dato che dovrebbe guidare le scelte politiche molto più delle pulsioni emotive che ciclicamente attraversano il dibattito pubblico.

La questione carceraria a Viterbo interroga anche la città. Spesso il carcere è percepito come un mondo separato, chiuso, che non riguarda la comunità. In realtà è parte integrante del tessuto sociale. Molti detenuti torneranno a vivere nei territori di provenienza. La qualità del loro percorso detentivo inciderà sulla sicurezza futura. Investire in formazione, lavoro e assistenza non è un gesto di indulgenza, ma una scelta di lungimiranza.

Un altro tema centrale riguarda la custodia cautelare. Una parte significativa dei detenuti è in attesa di giudizio definitivo. Questo contribuisce al sovraffollamento e solleva interrogativi sull’equilibrio tra esigenze cautelari e presunzione di innocenza. Ridurre il ricorso alla detenzione preventiva quando non strettamente necessario e ampliare le misure alternative per i reati minori potrebbe alleggerire la pressione sull’istituto senza compromettere la sicurezza collettiva.

C’è poi la dimensione sanitaria. L’assistenza medica e psicologica in carcere è fondamentale, soprattutto in un contesto dove dipendenze, disturbi psichiatrici e fragilità sociali sono frequenti. Garantire cure adeguate significa prevenire crisi, tutelare la dignità della persona e ridurre i rischi di episodi estremi. Il carcere è il luogo in cui lo Stato esercita il massimo del suo potere coercitivo. Proprio per questo dovrebbe essere il luogo in cui dimostra il massimo livello di civiltà giuridica e umana.

Mammagialla, con le sue criticità e le sue esperienze positive, rappresenta un banco di prova per Viterbo e per l’intero Paese. Non si tratta di scegliere tra sicurezza e umanità. La vera sicurezza nasce da una pena che responsabilizza, non che annienta. Se il carcere diventa solo un contenitore di disagio, produce altra marginalità. Se invece diventa un luogo di ricostruzione, pur nella durezza della privazione della libertà, può restituire alla società persone diverse da quelle che vi sono entrate. La sfida per Viterbo è questa: non voltarsi dall’altra parte. Perché dietro quelle mura non ci sono solo detenuti e agenti, ma una domanda profonda sul significato della giustizia e sulla qualità della nostra convivenza civile.