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di Valeria Terranova

Corriere di Viterbo, 30 ottobre 2026

Dai video emerso solo un intervento energico finalizzato a tutelare la sicurezza. Chiesta l’assoluzione dei due agenti di polizia penitenziaria imputati per aver schiaffeggiato Hassan Sharaf, il detenuto egiziano di 21 anni morto il 29 luglio 2018 all’ospedale di Belcolle, dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Mammagialla una settimana prima. A promuovere l’istanza nel corso dell’udienza di ieri è stato il pm, secondo il quale quello del 23 luglio sarebbe stato un intervento energico, ma finalizzato a tutelare la sicurezza degli operatori e dello stesso detenuto. Al centro del procedimento, che si sta svolgendo davanti al giudice Giovanna Camillo, c’è il presunto schiaffo che sarebbe stato sferrato al giovane mentre era rinchiuso in cella di isolamento.

I due imputati, un 52enne originario della Campania e un 57enne viterbese, devono rispondere di abuso di mezzi di correzione, aggravato dall’abuso di potere. A sostegno della propria tesi, il pm, ritenendo che non sussistano presupposti per sollecitare condanne, ha richiamato gli elementi emersi dall’analisi dei filmati, da cui non risulterebbero né un ceffone, né un conseguente urto della testa contro la parete.

Inoltre, né la cartella clinica, né l’autopsia avrebbero evidenziato ecchimosi al volto o al cranio compatibili con uno schiaffo. I due agenti avevano già respinto le accuse nell’udienza di aprile, negando di aver colpito Sharaf. Uno di loro ha raccontato che il ragazzo, arrivato in isolamento, aveva chiesto del tabacco, ma gli era stato spiegato che avrebbe dovuto attendere. L’agente ha riferito di essere intervenuto per sottrargli un frammento di plastica potenzialmente pericoloso, indossando i guanti in dotazione. Sharaf, ha ipotizzato, potrebbe essersi ritratto per lo spavento senza urtare la parete.

Dopo aver recuperato l’oggetto, chiuse la cella e lo spioncino, dichiarando di non ricordare con precisione quando trovò il detenuto con un lenzuolo stretto al collo. Anche l’altro imputato ha sostenuto che l’intervento fosse volto esclusivamente a prevenire gesti autolesionistici. Ha inoltre precisato di aver partecipato ai soccorsi, praticando la rianimazione per circa 25 minuti insieme a una dottoressa e a un collega. La sentenza è attesa tra qualche settimana.