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di Luigi Mastrodonato

Il Domani, 5 ottobre 2026

“Mio figlio mi ha detto che è stato menato dagli agenti dopo una piccola rivolta. Mi ha videochiamato e aveva un occhio nero e lividi su tutto il corpo”, dice Francesca a Domani. Quando Francesca ha ricevuto la videochiamata del figlio dal carcere Mammagialla di Viterbo ha notato subito le condizioni in cui era ridotto. Un occhio nero, lividi e segni lungo le braccia e le gambe. Il collegamento è durato pochi istanti, giusto il tempo di mostrare le ferite e dirle che non poteva parlare perché intorno a lui c’erano numerosi agenti di polizia penitenziaria ad ascoltarlo. In una telefonata precedente le aveva detto di essere stato massacrato di botte da una “squadretta” a seguito di una protesta messa in atto il 19 settembre.

Poi lui e altri compagni sarebbero stati rinchiusi per giorni nel 41 bis senza assistenza sanitaria, indumenti e materassi. Una denuncia che fa di nuovo parlare dell’istituto laziale, negli ultimi anni afflitto da sovraffollamento record, una lunga scia di suicidi e morti sospette.

Lo scorso 19 settembre un gruppo di detenuti ha dato fuoco a quello che secondo le forze dell’ordine era un materasso e che secondo loro era uno straccio. Sono intervenuti i vigili del fuoco che hanno spento le fiamme e la situazione è tornata alla normalità, o almeno apparentemente. Da tempo la tensione nell’istituto viterbese è altissima per le condizioni di sovraffollamento, con 623 persone recluse a fronte di una capienza di 440 posti (oltre il 140 per cento di sovraffollamento) e 272 agenti rispetto ai 350 che dovrebbero esserci.

Un altro incendio innescato dai detenuti per protesta lo scorso luglio aveva causato 23 intossicati e il ricovero di uno di loro in condizioni gravi. A metà settembre poi la polizia penitenziaria si è messa in stato di agitazione dopo l’annuncio della chiusura del reparto 41 bis, con il trasferimento dei 41 detenuti reclusi nel penitenziario di Uta, in Sardegna. Questo per la “necessità di avere chiarezza su come sarà convertito il reparto e se sarà modificata la capienza detentiva”, come ha sottolineato il sindacato Fns Cisl Lazio.

“Mio figlio mi ha detto che è stato preso a botte dagli agenti dopo la rivolta del 19 settembre e infatti quando mi ha videochiamato aveva un occhio nero e lividi su tutto il corpo”, denuncia Francesca a Domani. Oltre che per il sovraffollamento, la protesta sarebbe nata dal fatto che al gruppo veniva impedito di fare le docce e che la spesa veniva consegnata anche con 15 giorni di ritardo. Secondo la testimonianza del figlio, lui e gli altri sarebbero stati portati al 41 bis, ormai vuoto e privo di sistemi di videosorveglianza attivi.

Ed è a quel punto che si sarebbero consumate le violenze. “Mi ha detto che erano diversi agenti incappucciati e non riconoscibili”, prosegue Francesca. “Alcuni li tenevano fermi e ammanettati mentre un altro dava calci e pugni per punirli”. Successivamente sarebbero stati lasciati per una settimana nella sezione vuota del 41 bis, senza materassi, senza la possibilità di avere i propri indumenti e privati anche dell’assistenza sanitaria di cui avevano bisogno. La testimonianza di Francesca si somma a quella arrivata anche dalla madre di un altro detenuto del Mammagialla. “Quando mi ha chiamato mi ha detto che non riusciva neppure a respirare per il dolore alle costole”, sottolinea in lacrime. “Tutti i giorni gli danno botte senza motivo lì nel 41 bis, dove li hanno rinchiusi dopo la protesta”. Una terza segnalazione anonima ha invece rivelato l’esistenza, all’interno del carcere laziale, di una vera e propria squadretta di picchiatori guidata da un agente.

I familiari hanno presentato denuncia per lesioni col supporto dell’associazione Liberi Liberi Art. 27, secondo cui sarebbero circa dieci i detenuti coinvolti, di cui alcuni ora trasferiti in altre carceri dopo le prime testimonianze. Nel fascicolo ci sono anche gli screenshot scattati da Francesca al figlio durante i pochi istanti di videochiamata, che lo mostrano ricoperto di lividi. Devis Dori, deputato di Avs, ha presentato un’interrogazione parlamentare perché venga fatta luce su quanto accaduto al Mammagialla.

L’istituto è già al centro di un’altra vicenda delicata: il decesso del detenuto Andrea Di Nino nel 2018, a lungo considerato un suicidio. Nel 2025, grazie alla deposizione di un supertestimone che ha parlato dell’irruzione nella cella di alcuni agenti poco prima della sua morte, è stata aperta un’inchiesta per omicidio volontario. Più detenuti, meno sicurezza: il paradosso delle carceri di Meloni Una storia che ne richiama a sua volta altre.

Quella del 21enne Hassan, morto alcuni mesi dopo aver denunciato di aver subito violenze dagli agenti. E quella del 32enne Vittorio Rallo. Per mesi nel 2025 aveva lamentato abusi da parte della polizia penitenziaria e al colloquio con i genitori si era presentato con occhi neri, ferite e altre lesioni, tanto che lo scorso ottobre il padre aveva presentato denuncia per tortura. A dicembre il figlio è stato trovato morto in cella. Suicidio. Poi la famiglia ha scoperto che la loro denuncia di ottobre per le presunte violenze non era mai stata trasmessa né avviata. E ora cerca verità e giustizia.