viterbotoday.it, 7 febbraio 2026
Per la giudice del tribunale di Viterbo “il fatto non sussiste” nei confronti della dottoressa del reparto di medicina protetta e dell’agente della penitenziaria responsabile dell’isolamento nel carcere di Mammagialla. Hassan Sharaf, assolti medico e poliziotto della penitenziaria. Elena Niniashvili e Massimo Riccio erano finiti a processo davanti al tribunale di Viterbo con l’accusa di omicidio colposo per la morte del detenuto di 21 anni che si è tolto la vita il 23 luglio 2018 nel carcere di Mammagialla, ma per la giudice Daniela Rispoli “il fatto non sussiste”. La sentenza è stata pronunciato intorno alle 12,20 del 6 febbraio, dopo circa un’ora di camera di consiglio.
Niniashvili è la dottoressa del reparto di medicina protetta dell’ospedale di Belcolle che aveva giudicato Hassan Sharaf idoneo all’isolamento, mentre Riccio è l’agente responsabile della sezione del penitenziario dove la vittima era detenuta. Il procuratore generale Tonino Di Bona, che nel 2022 aveva riaperto il caso, aveva chiesto condanne rispettivamente a un anno e otto mesi di reclusione senza alcuna attenuante. Tuttavia, la giudice ha accolto le tesi difensive degli imputati e dei responsabili civili, rigettando la richiesta della pubblica accusa.
Nell’udienza precedente l’avvocato di parte civile Giacomo Barelli aveva sostenuto che il suicidio del 21enne fosse prevedibile, sottolineando come gli imputati avessero potuto impedire la tragedia. Ha ricordato la storia personale del giovane, arrivato in Italia dall’Egitto su un barcone insieme a un cugino quando aveva appena 13 anni, orfano di padre e lasciando in patria madre e sorella. “Il certificato per l’isolamento è stato un certificato per la camera della morte”, aveva affermato Barelli per poi ricordare che Sharaf era stato colpito da uno schiaffo e lasciato senza sorveglianza per 27 minuti, durante i quali si è tolto la vita.
Dal canto loro, invece, i difensori Fausto Barili e Giuliano Migliorati hanno affermato che il suicidio fosse imprevedibile. In particolare Barili, legale della dottoressa Niniashvili, ha citato il consulente della procura Stefano Ferracuti, secondo cui “non esiste il rischio zero” e sostenendo che il 21enne non era considerato un detenuto a rischio suicidio al momento del trasferimento a Viterbo. Si sono espressi a favore dell’assoluzione anche gli avvocati della Asl di Viterbo e del ministero della Giustizia, responsabili civili.
Intanto la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna dell’allora direttore del carcere, Pierpaolo D’Andria, a due mesi e venti giorni per omissione di atti d’ufficio per non aver trasferito Sharaf in un carcere minorile. D’Andria era già stato assolto, sia in primo che secondo grado, dall’accusa di omicidio colposo. Il caso del detenuto, però, non è ancora concluso: sono ancora a processo due agenti della polizia penitenziaria accusati di abuso dei mezzi di correzione per lo schiaffo inferto al 21enne poco prima del suicidio.









