di Luigi Manconi
La Stampa, 23 dicembre 2021
La morte del detenuto dopo le botte degli agenti. Il carcere sotto accusa tra violenze e omertà. Come il regime dispotico di Abdel Fattah al-Sisi si comporti con i suoi prigionieri, lo sappiamo bene: che si tratti del sequestro, della reclusione illegale e dell'assassinio di un cittadino italiano (Giulio Regeni) oppure della custodia cautelare, crudelmente reiterata, di un dissidente egiziano, tanto peggio se membro di una minoranza religiosa (Patrick Zaki). Come il sistema democratico italiano e la sua amministrazione della Giustizia si comportino con i malcapitati, italiani o stranieri, che vi precipitano dentro, è anch'essa cosa nota.
Accade così che un pubblico ministero di una procura del Centro Italia chieda l'archiviazione di una indagine relativa alla morte di un ventunenne che, il 23 luglio del 2018, ha tentato di impiccarsi in una cella di isolamento. I familiari della vittima si oppongono e l'udienza per decidere la riapertura o meno del procedimento viene fissata per il 2024 (avete letto bene: 2024). Poi, come si dice, qualcuno si mette la mano sulla coscienza e l'indagine viene avocata dalla procura generale di Roma, che dispone la revoca della richiesta di archiviazione. Si apre finalmente, a distanza di tre anni e mezzo, una fase nuova di una storia che presenta aspetti davvero inquietanti.
Ecco i fatti: Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf arriva nel carcere di Viterbo dopo aver dormito per mesi all'interno dei treni nella stazione Termini di Roma. Arrestato per aver rubato un portafogli, viene recluso prima a Regina Coeli e poi al Mammagialla di Viterbo. Quel giorno di luglio del 2018, due ore dopo essere stato portato in isolamento, Hassan Sharaf, nessun problema psichiatrico conclamato, sfila i lacci dalle scarpe, li lega alla grata d'aerazione del bagno, forma un cappio che stringe intorno al collo. Morirà dopo sette giorni nell'ospedale Belcolle di Viterbo.
Qualche tempo prima, il giovane aveva denunciato al Garante delle persone private della libertà del Lazio, Stefano Anastasia, e all'avvocato Simona Filippi di essere stato percosso da alcuni agenti; e aveva mostrato segni rossi sulle gambe e tagli sul petto. E aveva aggiunto: "Ho paura di morire". Da qui la richiesta del Garante Anastasia del trasferimento di Hassan Sharaf in un altro istituto. Cosa non avvenuta.
Ma questa vicenda presenta una lunga successione di scelte sbagliate e di comportamenti illegali da parte delle autorità penitenziarie. Hassan era stato messo in isolamento perché avrebbe trafficato con psicofarmaci. Una sanzione disciplinare per un fatto avvenuto quattro mesi prima e quando mancavano quaranta giorni alla liberazione. D'altra parte, Hassan non si sarebbe dovuto trovare in quel carcere: aveva finito di scontare la pena per rapina nel maggio del 2018. Dunque, il passaggio successivo sarebbe stata la reclusione in un istituto minorile - come aveva richiesto, inascoltato, il Magistrato di sorveglianza - dal momento che aveva ancora da scontare quattro mesi per una condanna inflittagli quando era minorenne (spaccio di una quantità di hashish del valore di dieci euro).
In ogni caso, quale fosse il clima generale del carcere di Viterbo e il trattamento riservato, in particolare, al giovane, sono provati da un video allegato agli atti del processo contro due poliziotti penitenziari, imputati per abuso di mezzi di correzione, aggravato da abuso di potere. Le immagini, pubblicate dal sito di The Post Internazionale a cura di Laura Bonasera, riprese dalla telecamera di sorveglianza della sezione di isolamento, non sembrano lasciare dubbi. Mostrano Hassan che sporge le braccia dalla porta a grate, procurandosi tagli sull'avambraccio sinistro. Qualche minuto dopo, l'ingresso di due poliziotti nella cella. Uno colpisce il giovane con uno schiaffo talmente violento da fargli sbattere la testa contro la parete, senza che l'altro, superiore di grado, intervenga e senza che, in seguito, relazioni sull'accaduto.
Si tratta dell'ennesima brutta storia relativa al carcere di Viterbo destinata ad alimentare una persistente "leggenda nera", fatta di violenza e autolesionismo, abusi e prevaricazioni, intimidazioni e omertà. Tutto ciò ha fatto di quell'istituto una sorta di zona franca: un sistema impermeabile (o forse troppo permeabile) ai cambi di direttori e di comandanti. Non è una sensazione solo mia. Nel marzo del 2019, il Comitato anti-tortura del Consiglio d'Europa (Cpt), dopo aver visitato quel carcere, ha scritto che vi si riscontrerebbe "uno schema di maltrattamenti inflitti deliberatamente" ai detenuti.
A pensarci, non sarebbe così eccentrico che su tali vicende, e su quell'istituto, si potesse ascoltare qualche parola da parte di chi ha la massima responsabilità pubblica e amministrativa (ovvero il Dap). E ci si potrebbe consolare un po', si fa per dire, dal momento che - dopotutto - la decisione della Procura generale dovrebbe consentire l'accertamento della verità: magari immaginando che si tratti di una situazione eccezionale. Ahinoi, non è affatto così. Basti considerare che - a quanto è dato sapere - attualmente sono in corso dibattimenti e inchieste della magistratura relativamente a un paio di decine di vicende di maltrattamenti e torture ai danni di detenuti. Sia chiaro: non è l'Egitto, proprio per nulla, e da noi gli organi di controllo e gli strumenti di garanzia esistono e, per quanto faticosamente, funzionano. Tuttavia, penso, c'è poco da stare allegri.









