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di Valeria Terranova

Corriere di Viterbo, 27 febbraio 2025

“Hassan Sharaf aveva paura di morire”, ha affermato ieri il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, chiamato a testimoniare nell’ambito del processo per la morte del detenuto egiziano di 21 anni. Imputati per omicidio colposo E.N. e M.R., rispettivamente medico del reparto di medicina protetta di Belcolle e assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria del carcere di Mammagialla, difesi dagli avvocati Giuliano Migliorati e Fausto Barili. Partecipano al dibattimento in qualità di responsabili civili il ministero dell’Interno e l’Asl. Parti civili, invece, con gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, i parenti del detenuto egiziano di 21 anni, deceduto nel nosocomio del capoluogo il 30 luglio 2018, dopo aver tentato il suicidio mentre si trovava nella cella di isolamento della casa circondariale sulla Teverina.

Durante una lunga deposizione, Anastasìa ha risposto alle domande del procuratore generale Tonino Di Bona, ripercorrendo le iniziative intraprese e i contenuti degli esposti che presentò tra la primavera e l’estate di 8 anni fa. “A marzo 2018 - ha spiegato Anastasìa -, i miei collaboratori che avevano incontrato Sharaf e il suo compagno di cella, mi riferirono che entrambi lamentavano di aver subito maltrattamenti in occasione di una perquisizione. In particolare, il 21enne egiziano disse di aver riportato lesioni ad un timpano. In quella circostanza, Sharaf mostrò loro anche delle ferite e rivelò di temere di andare incontro ad altri abusi e che aveva paura di morire, ma allora non emersero intenzioni suicidarie”.

“Così dopo aver raccolto anche le denunce di altri detenuti che avevano raccontato altri episodi di maltrattamenti o le difficoltà riscontrate nell’accedere ai controlli medici, scrissi al provveditorato regionale Lazio-Abruzzo-Molise - ha continuato -. La provveditrice e il direttore della sezione detenuti mi rassicurarono sulla situazione e mi garantirono l’incolumità del ragazzo e che avrebbero preso provvedimenti adeguati. Alla fine del mese di maggio andai a visitare il penitenziario di Viterbo e depositai un primo esposto in Procura l’8 giugno, in cui citavo questo e gli altri casi. Poi venni a sapere del tentativo di suicidio e successivamente del decesso del ragazzo”.