Corriere di Viterbo, 1 ottobre 2026
Le condizioni di fragilità di Andrea Di Nino sono state al centro dell’udienza di ieri del processo per la morte del 36enne romano, trovato senza vita la sera del 21 maggio 2018 nella cella di isolamento del carcere di Mammagialla. Sul banco degli imputati ci sono tre persone, due medici e un agente della polizia penitenziaria, accusati di omicidio colposo. Di Nino era in carcere da circa due anni per detenzione di stupefacenti. In aula, davanti al giudice Jacopo Rocchi, hanno deposto un agente della squadra mobile, un militare del Nas e un ispettore della polizia penitenziaria, tutti intervenuti nelle prime fasi degli accertamenti sul suicidio del 36enne, tesi alla quale da sempre si oppongono i familiari.
Dalle testimonianze è emerso che Di Nino era stato trasferito nel reparto di isolamento il 14 maggio, dopo una lite avvenuta nella tarda mattinata con un detenuto di origine marocchina. Accompagnato in infermeria, avrebbe ammesso di essere stato lui ad aggredirlo. Nel pomeriggio era quindi stato accompagnato nella sezione di isolamento, dopo il nulla osta del medico di guardia. Nel corso della seduta è stato inoltre ricostruito il precedente percorso di Di Nino sul fronte della sorveglianza.
Prima dell’arrivo nel carcere viterbese, infatti, avrebbe compiuto gesti autolesionistici, per i quali fu sottoposto a visite specialistiche. Durante la detenzione nel penitenziario della Teverina, iniziata nel 2017, era stato destinatario di diverse forme di controllo poi revocate dalla psicologa che aveva visitato il 36enne circa un mese prima della sua morte.









