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di Dario Franchi

civonline.it, 29 luglio 2026

C’è un numero che a Viterbo pesa più del cemento e del ferro delle mura di Mammagialla: dieci. Tanti sono i detenuti morti in modo violento dal 2018 nel carcere Nicandro Izzo: sette suicidi e tre omicidi. Un dato che da solo basterebbe a raccontare l’emergenza. Ma la vera misura della crisi sta forse altrove: nel fatto che il 2026, ancora non concluso, ha già concentrato in pochi mesi un omicidio, due suicidi e un tentato suicidio, oltre a incendi, risse, aggressioni e interventi d’urgenza per ripristinare ordine e sicurezza. Non sono episodi isolati, né semplici fiammate di cronaca. Sono tessere di uno stesso mosaico, quello di un istituto penitenziario che da tempo viene descritto come saturo, fragile, esposto a una pressione continua.

Oggi il carcere di Viterbo ospita 676 persone a fronte di una capienza regolamentare di 440 posti. Significa un sovraccarico che, letto così, smette di essere una formula burocratica e diventa una condizione materiale: più persone, meno spazi, più attrito, meno margini. La scheda aggiornata al 22 luglio 2026 del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Lazio fotografa inoltre un istituto complesso, con detenuti di media sicurezza, alta sicurezza, protetti e 41 bis, e segnala criticità che toccano il personale, la sanità interna, le attività e persino gli spazi sportivi, chiusi da gennaio 2024 per lavori di messa in sicurezza.

Il 2026 di Mammagialla: un’escalation in pochi mesi - L’ultimo fronte di crisi si è aperto tra il 25 e il 26 luglio 2026, quando nella sezione precauzionale è divampato un incendio innescato, secondo le ricostruzioni diffuse nelle prime ore, dal rogo di alcuni materassi. Il bilancio è stato pesante: 23 intossicati, di cui 17 detenuti e 6 agenti di polizia penitenziaria, incluso il comandante intervenuto nei soccorsi. Nelle stesse ore un detenuto marocchino di 29 anni, Abdelkabirm Talha, si è tolto la vita in cella; subito dopo, un secondo ristretto ha tentato il suicidio ed è stato salvato. La sequenza degli eventi restituisce l’idea di una notte fuori controllo, in cui alla gestione dell’emergenza materiale si è sovrapposta quella, ancora più difficile da misurare, del collasso psicologico.

Pochi giorni prima, il 16 luglio 2026, sempre dentro il Nicandro Izzo, un detenuto marocchino di 27 anni, indicato da più fonti come Mohamed Chaanoun o comunque come un giovane ristretto nordafricano, è stato ucciso nell’area passeggi durante una rissa tra gruppi contrapposti. ANSA parla di una violenta colluttazione tra nove detenuti, divisi in due fazioni, con l’uso di armi da taglio artigianali e un colpo mortale alla schiena. Il quotidiano del Ministero della Giustizia, gnewsonline, riferisce che, dopo il delitto, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha inviato a Viterbo un contingente di oltre 150 unità per ristabilire l’ordine e sostenere gli accertamenti disposti dalla Procura di Viterbo. È un dettaglio decisivo: quando per riprendere il controllo di un carcere serve un rafforzamento straordinario di questa portata, significa che il problema non riguarda il solo episodio ma l’equilibrio complessivo della struttura.

Il primo suicidio del 2026 che ha colpito l’istituto viterbese risale invece al 5 febbraio. Quel giorno Abdullah Atik, cittadino turco arrestato mesi prima nell’inchiesta che aveva acceso i riflettori sul possibile rischio attentato durante il trasporto della Macchina di Santa Rosa, è stato trovato impiccato nella sua cella. RaiNews colloca quell’evento dentro un quadro nazionale già allora allarmante e riporta, insieme alla notizia, cifre molto dure sulla situazione interna di Viterbo, segnalata da organizzazioni sindacali come pesantemente sovraffollata e sotto organico.

Sette suicidi in otto anni: la linea nera che attraversa il carcere - Il conto dei suicidi, secondo la ricostruzione pubblicata da Tusciaweb il 29 luglio 2026, parte dai casi più recenti e torna indietro fino al 2018: oltre a Abdullah Atik e Abdelkabirm Talha, vengono ricordati il suicidio di un detenuto trentenne nella notte tra l’11 e il 12 dicembre 2025, quello del romeno Paul Badea, 51 anni, il 7 dicembre 2024, e quello di un altro trentenne nella sezione protetta nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2024. Nel 2024 si registrò anche un tentativo di suicidio sventato dalla polizia penitenziaria il 2 aprile. Ma è tornando al 2018 che la vicenda del carcere di Viterbo assume la sua dimensione più profonda e dolorosa.

I nomi di Andrea Di Nino e Hassan Sharaf sono diventati, negli anni, molto più che semplici riferimenti giudiziari. Andrea Di Nino, detenuto romano di 36 anni, fu trovato morto il 21 maggio 2018 in una cella di isolamento. Sul suo caso oggi risultano riuniti in un unico procedimento due filoni per omicidio colposo, con imputati tra medici e un agente di polizia penitenziaria; nel processo figurano come responsabili civili anche la Asl e il Ministero della Giustizia. La famiglia non ha mai accettato la lettura di un gesto esclusivamente volontario, e la vicenda continua a produrre domande giudiziarie e pubbliche.

Ancor più complesso è il caso di Hassan Sharaf, detenuto egiziano di 21 anni, che il 23 luglio 2018 tentò il suicidio in una cella di isolamento e morì in ospedale il 30 luglio dopo giorni di agonia. Il Garante del Lazio ha ricostruito come la Procura generale della Corte d’appello di Roma abbia ipotizzato, negli anni successivi, responsabilità per omicidio colposo in concorso, osservando che il giovane non avrebbe dovuto trovarsi in quel contesto detentivo e che, per le sue condizioni di fragilità, avrebbe richiesto un monitoraggio attento. Sempre il Garante ricorda che Hassan Sharaf aveva espresso paura per la propria incolumità. Nel 2026, sul fronte parallelo relativo alle omissioni d’ufficio, la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna dell’ex direttore Pierpaolo D’Andria, mentre è proseguito il procedimento per omicidio colposo nei confronti di altri imputati. È una storia che continua a interrogare il sistema, ben oltre il perimetro viterbese.

I tre omicidi dal 2018: celle e cortili trasformati in scene del crimine - Alla lunga scia dei suicidi si somma quella degli omicidi. Il primo, in questa conta, è quello di Giovanni Delfino, detenuto viterbese di 61 anni, ucciso il 29 marzo 2019 dal compagno di cella Khajan Singh, poi condannato in via definitiva a 12 anni. Su quella morte è arrivato anche un pronunciamento civile di enorme peso: nel dicembre 2025 il Tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero della Giustizia a risarcire la famiglia di Giovanni Delfino con circa 1,3 milioni di euro, rilevando una “negligente trascuratezza” nella gestione della sicurezza. È un passaggio importante, perché attribuisce alla dimensione organizzativa del carcere una responsabilità concreta e non astratta.

Il secondo omicidio è quello di Alessandro Salvaggio, detenuto siciliano di 49 anni, strangolato dal compagno di cella Iliyanov Krasimir Tsvetkov la sera del 19 dicembre 2023. Nel giugno 2025 il responsabile è stato condannato a 13 anni di reclusione. La terza morte violenta è appunto quella del luglio 2026, maturata non in una cella ma all’aperto, nell’ora d’aria, e dunque sotto una dinamica diversa: meno la tragedia chiusa di uno spazio condiviso e più l’esplosione di un conflitto tra gruppi. In entrambi i casi, però, il punto resta lo stesso: la difficoltà di prevenire la violenza prima che diventi irreparabile.

Non solo morti: risse, aggressioni, incendi e traffici illeciti - Ridurre la crisi di Mammagialla al tragico elenco dei decessi sarebbe persino fuorviante. Perché accanto alle morti c’è una quotidianità attraversata da tensioni continue. La ricostruzione di Tusciaweb ricorda, per esempio, le maxirisse del 2014, del 2016 e del 2019, con detenuti feriti, ricoveri ospedalieri e processi poi finiti in prescrizione o con derubricazioni. Sono episodi che parlano di una violenza carsica, periodica, capace di riemergere in forme diverse nel corso degli anni.

Nel 2026 il quadro non appare meno teso. L’8 aprile, secondo RaiNews, un detenuto ha aggredito un sovrintendente della sorveglianza generale, ferendolo in modo da richiedere 25 giorni di prognosi. Nello stesso servizio vengono riportati dati sindacali su una carenza significativa di personale: a fronte di un organico teorico di 330 unità, quello effettivamente disponibile si fermerebbe a 284, con una mancanza stimata di circa 70 agenti. La scheda del Garante del Lazio, aggiornata poche settimane dopo, fotografa a sua volta un reparto di polizia penitenziaria con 343 unità previste, 298 amministrate e appena 254 operative, aggiungendo che la scarsità di personale determina disagi quotidiani fino alla chiusura di attività scolastiche, formative, lavorative e di culto. Il 12 luglio 2026 è emerso un altro elemento rivelatore: la polizia penitenziaria ha sventato un tentativo di introdurre nel carcere droga e telefoni cellulari usando un drone, decollato verosimilmente da una zona vicina al perimetro. Non è un dettaglio folkloristico né tecnologico: è il segnale di quanto il carcere resti permeabile alle reti criminali esterne e ai circuiti illeciti che alimentano tensioni, ricatti, rapporti di forza. In un contesto già gravato da sovraffollamento e fragilità interne, anche questo diventa un fattore di instabilità.

Il contesto nazionale: più affollamento, più chiusura, più rischio - Il caso Viterbo non nasce nel vuoto. Antigone, nel suo XXII Rapporto presentato il 19 maggio 2026, descrive un sistema penitenziario italiano con 64.436 detenuti a fronte di 51.265 posti regolamentari e appena 46.318 realmente disponibili, per un tasso reale di sovraffollamento del 139,1%. Secondo l’associazione, sono 73 gli istituti con affollamento pari o superiore al 150%, mentre solo 22 non risultano sovraffollati. Lo stesso rapporto insiste su un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico: un carcere più chiuso e più affollato non produce automaticamente più sicurezza, ma può al contrario moltiplicare tensioni, marginalità e recidiva.

Sempre Antigone, in un dossier dedicato a suicidi e decessi, e RaiNews rilanciano l’allarme sui gesti autolesivi in carcere a livello nazionale: a maggio i suicidi del 2026 erano già 24; a metà luglio il Garante nazionale veniva citato da ANSA per una conta salita a 46. I numeri cambiano con il passare delle settimane, ma il senso resta identico: quello del suicidio in carcere è un indicatore drammatico e strutturale, non la somma casuale di casi individuali. E quando un istituto come Viterbo accumula, in otto anni, sette suicidi e tre omicidi, il problema non può più essere confinato alla cronaca locale.

La domanda che resta aperta - Mammagialla continua a essere raccontata soprattutto nei giorni delle tragedie: quando c’è un corpo in una cella, un incendio da domare, una rissa da spezzare, un elicottero informativo che si alza sopra il carcere. Ma i dati raccolti nelle fonti consultate dicono altro: raccontano una crisi che non esplode all’improvviso, bensì si sedimenta. Sovraffollamento, personale insufficiente, sanità interna giudicata inadeguata in alcuni suoi snodi, campi sportivi chiusi, attività che saltano, conflitti etnici o tra gruppi, vulnerabilità psichiche non sempre intercettate in tempo. È da qui che si forma il terreno su cui poi maturano le emergenze. Per questo la lunga scia di morti nel carcere di Viterbo non riguarda solo le responsabilità penali, che spettano ai magistrati accertare caso per caso. Riguarda la tenuta di un’istituzione pubblica e la sua capacità di custodire senza abbandonare, controllare senza implodere, prevenire prima di contare i danni. Nel lessico penitenziario italiano si usano spesso parole come ordine, sicurezza, trattamento. A Mammagialla, oggi, sembrano tutte parole ancora da riconquistare.