sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alessio Campana

La Repubblica, 30 maggio 2022

L’accusa, al momento contro ignoti, è quella di rifiuto di atti di ufficio. Gli accertamenti disposti dal Gip del tribunale di Perugia Valerio D’Andria, competente per le toghe della Tuscia.

Nessuna inchiesta dopo la denuncia di pestaggi e violenze ai detenuti nel carcere di Viterbo. E ora la procura di Perugia indaga sui magistrati viterbesi che avrebbero dovuto aprire un fascicolo sugli eventuali reati commessi nel penitenziario della Tuscia e che invece non fecero nulla. L’accusa, al momento contro ignoti, è quella di rifiuto di atti di ufficio. A ordinarlo è il Gip del tribunale di Perugia Valerio D’Andria, competente per le toghe della Tuscia. La vicenda nasce dal caso di Hassan Sharaf, detenuto egiziano ventenne che si suicidò in cella a Viterbo nel luglio 2018, e da una denuncia presentata dagli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano alla procura di Perugia.

Per lo stesso caso fu aperto un procedimento nei confronti del Pm viterbese Franco Pacifi, accusato una eventuale omissione dell’esercizio dell’azione penale, ma il gip ha archiviato la posizione del pubblico ministero sostenendo che effettivamente “non sussistessero gli elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio”. E ora le indagini si sono concentrate su chi, nella procura di Viterbo, non avrebbe dato seguito all’esposto del garante Anastasìa.

L’esposto - Nell’esposto si fa riferimento a plurimi pestaggi che sarebbero stati subìti nel tempo da 8 detenuti del penitenziario viterbese. Hassan Sharaf, che come detto si è tolto la vita impiccandosi in cella, il 21 marzo del 2018 ha raccontato “di essere stato picchiato da alcuni agenti di polizia penitenziaria, i quali gli avrebbero provocato lesioni per tutto il corpo e con molta probabilità gli avevano lesionato il timpano dell’orecchio sinistro in quanto non riusciva più a sentire bene e sentiva il rumore “come di un fischio”. Mentre raccontava quanto aveva subìto, Sharaf velocemente si spogliava così da mostrare i segni sul corpo.

Un altro detenuto, il 20 aprile del 2018, aveva riferito che “il 13.12.2017 a seguito di un diverbio con alcuni agenti era stato trasportato presso le scale dell’istituto e lì un gruppo di circa dieci agenti di polizia penitenziaria lo avrebbe picchiato. Il detenuto aveva specificato che il volto degli agenti era coperto da un passamontagna e che pertanto lui aveva potuto vedere soltanto gli occhi e che era riuscito a riconoscere uno di loro in quanto aveva degli occhi particolari, come quelli di un “cinese”. Riferiva poi che era stata molto violenta: lo avrebbero colpito con calci e pugni su tutto il corpo”.

Dalle carte emerge che in seguito alle testimonianze riportate fu avviato un procedimento per fatti non costituenti reato, definito con la trasmissione degli atti in archivio.

Secondo il Gip perugino, invece, l’esposto presentato dal garante dei detenuti faceva riferimento a una pluralità di episodi violenti per i quali era quantomeno ipotizzabile il delitto di abuso dei mezzi di correzione. E dunque il reato ci sarebbe stato. Per questo s’indaga per rifiuto di atti di ufficio da parte di un pubblico ufficiale della procura. “Si tratta in ipotesi del rifiuto di un atto - precisa il Gip - che si sarebbe dovuto compiere senza ritardo e per il quale non è riconoscibile in capo al magistrato alcun margine di discrezionalità tenuto conto della chiara rappresentanza nell’esposto di una pluralità di notizie di reati perseguibili d’ufficio”.

Il Pm perugino dovrà dunque svolgere approfondimenti per “identificare il pubblico ufficiale che ha omesso l’adempimento doveroso”. Le indagini sulla morte di Hassan Sharaf, tra l’altro, sono state recentemente avocate dalla procura generale della corte di appello di Roma. Un agente della penitenziaria è stato già rinviato a giudizio per abuso di mezzi di correzione: lo avrebbe colpito con uno schiaffo.

I ritardi del processo - C’è un altro aspetto su cui la magistratura umbra vuole fare chiarezza. Nel processo per la morte di Sharaf, prima dell’avocazione da parte della procura generale romana, fu richiesta l’archiviazione. Ebbene l’udienza di opposizione (richiesta nel 2019) venne fissata inizialmente al 2024. Sull’indicazione di una data distante 5 anni il Gip ordina vederci chiaro e di aprire una indagine. In seguito, l’udienza fu anticipata di due anni, ossia 27 gennaio 2022 e che la richiesta di archiviazione è stata revocata dalla procura generale della corte d’appello di Roma.