di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 ottobre 2020
Denunciate ai carabinieri, e raccontate al Dubbio, i pestaggi subiti nel carcere di Viterbo da Valerio Mazzarella costretto a sopportare ancora provocazioni. Silenzio tombale sull'ennesimo presunto pestaggio rivelato da Il Dubbio che sarebbe avvenuto al carcere Mammagialla di Viterbo. Un silenzio da parte delle autorità che espone il detenuto - ancora recluso lì - ad eventuali ripercussioni.
La compagna, Alessia, raggiunta ieri da Il Dubbio, è preoccupata. Nonostante l'esposto, il detenuto ancora non è stato sentito dalla procura. Lui stesso denuncia di ricevere minacce verbali e ha paura di rifinire nella cella d'isolamento. Vale la pena ricordare cosa è accaduto. Parliamo di Valerio Mazzarella, 41 anni, che è stato trasferito a Mammagialla da Rebibbia lo scorso 2 marzo. "I primi episodi mi vengono comunicati a partire dal 25 marzo - si legge nell'esposto che Alessia ha presentato ai carabinieri- quel giorno, poco prima del cambio di guardia, quattro agenti prelevavano Mazzarella Valerio dalla propria cella per portarlo in una stanza dove iniziavano a picchiarlo".
Il racconto durante le videochiamate - Il tutto, sarebbe avvenuto - secondo quanto ha riferito alla compagna tramite videochiamata e lettere - senza alcun reale motivo se non le legittime richieste riguardanti la vita penitenziaria che il detenuto avrebbe rivolto agli agenti.
"Richieste - continua il racconto di Alessia nell'esposto- peraltro, puntualmente disattese. In quella occasione, due agenti lo tenevano e due lo picchiavano lasciando segni evidenti sulla testa, in particolare, un taglio profondo ad oggi tramutatosi in evidente cicatrice. Pur essendo stato medicato è da verificare se sia stato refertato e se ciò risulti nella cartella clinica".
Alessia sarebbe venuta a conoscenza dei fatti denunciati sia tramite la corrispondenza intrattenuta col compagno, sia tramite le conversazioni Skype autorizzate durante le quali ha potuto vedere i postumi del pestaggio. Non sarebbe stato l'unico. "Il 12 agosto 2020 - si legge sempre nell'esposto - lo hanno messo in isolamento in una cella vicina all'infermeria, una stanza piccola e sporca, maleodorante con escrementi sulle mura".
Lì gli avrebbero consentito di fare solo mezz'ora d'aria al giorno. Il 13 agosto il detenuto avrebbe ricevuto l'ennesima irruzione notturna, da parte dei soliti 3-4 agenti. "Lo hanno colpito alla testa per cui, ad oggi, sono quattro le cicatrici evidenti", si legge sempre nell'esposto. "Lui chiede - continua il racconto verbalizzato dai carabinieri - di poter parlare con gli psicologi e di essere sottoposto a visita medica, ma gli viene negato. Mi fa sapere di sentirsi sepolto vivo e che ogni giorno gli fanno rapporti disciplinari per fatti non accaduti per provocare la sua reazione".
La compagna Alessia ha chiesto aiuto - Alessia riferisce al Dubbio che il suo compagno avrebbe cercato di denunciare tutto ciò ma non sarebbe stato preso in considerazione. Anzi, i pestaggi si sarebbero infittiti. "Violenze sempre più raccapriccianti come quando gli hanno ustionato le mani con piccoli pezzi di plastica incandescente. Il giorno dopo sono comparse sulle sue mani vesciche - racconta la donna - che io ho potuto vedere personalmente il 22 agosto tramite colloquio visivo via Skype".
Il detenuto ha chiesto ad Alessia, nelle loro rapide chiamate telefoniche, di denunciare questi fatti e di esporre che "oltre alla violenza fisica c'è anche quella psicologica perché gli agenti lo istigano per indurlo a reagire magari compiendo gesti irreparabili come già accaduto con un altro detenuto il quale si è tolto la vita".
Da ricordare che, quando ha saputo dal compagno che sarebbe stato pestato dagli agenti a più riprese, Alessia si è messa subito in moto e tramite una ricerca su internet ha contattato l'attivista dei diritti umani Pietro Ioia, ex detenuto e ora garante dei detenuti del comune di Napoli. Si è attivato subito e le ha consigliato di mettersi in contatto con l'esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, la quale già nel passato si è mossa per un caso analogo accaduto proprio nell'oramai famigerato penitenziario di Viterbo, conosciuto non a caso per essere un "carcere punitivo".
Un istituto penitenziario finito al centro della cronaca per casi di strani sucidi e diversi presunti pestaggi di recente attenzionati dall'autorità giudiziaria. Però, nonostante la denuncia, il detenuto ancora non è stato sentito dall'autorità. Nessuna interrogazione parlamentare. Ma soprattutto nessuna risposta da parte del Dap che dovrebbe attivarsi, anche con una indagine interna e magari tutelare il detenuto che è ancora lì, in una condizione di oggettiva vulnerabilità.










