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di Rinaldo Frignani

Corriere della Sera, 6 febbraio 2026

Lo hanno trovato impiccato nella sua cella. “Era un detenuto fragile”, sottolinea il suo avvocato, già sottoposto a controllo perché si temeva potesse compiere un gesto del genere. Ma non è bastato. Perché Abdullah Atik, turco di 26 anni, si è ugualmente tolto la vita nel carcere di Mammagialla, a Viterbo, dove era detenuto dal settembre scorso per traffico d’armi. Era uno dei due giovani arrestati dalla polizia nel corso di un’operazione antiterrorismo: si temeva che stessero progettando un attentato durante la tradizionale processione di Santa Rosa, nel centro città, invece sullo sfondo c’era forse un regolamento di conti fra connazionali malavitosi a colpi di pistola e mitraglietta. Ma dopo l’allarme, cosa mai accaduta in passato, il Comune aveva disposto l’accensione di tutte le luci del centro durante la manifestazione provocando stupore fra cittadini e turisti. 

Atik fino a qualche tempo fa era stato in cella con il complice Baris Kaya, ma poi i due erano stati separati. Quindi aveva un nuovo compagno, un marocchino. Era stato accertato che il giovane avesse un disagio dietro le sbarre, ma nessuno, nemmeno il suo legale Antonio Angelelli, pensava che potesse uccidersi. “Aveva una storia complicata”, sottolinea il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia mentre Gennarino De Fazio, segretario generale Uilpa polizia penitenziaria, sottolinea come al Mammagialla ci sia un sovraffollamento di 292 reclusi (697 rispetto ai 405 previsti) con una carenza di organici di 196 agenti (275 su 417). “La struttura viterbese - sottolinea - contiene il 72% di ristretti oltre la capienza, con un deficit del 42% all’organico del corpo di polizia penitenziaria”.